Saviano presenta Educazione Siberiana su Repubblica
«Ho incontrato Lilin nella stanza anonima di un hotel milanese. Corpo minuto ma tonico, viso slavo, colori chiari, occhi luminosi. Parla un italiano preciso, impastato con una cadenza slava unita a un accento piemontese». Roberto Saviano sul quotidiano ”La Repubblica” il 3 aprile tiene a battesimo l’ex “criminale onesto” Nicolai Lilin, autore di “Educazione Siberiana”. Saviano confessa di esserne rimasto affascinato, dopo aver apprezzato il suo libro: una sconvolgente autobiografia, ambientata in un ghetto criminale dell’ex Urss dove la comunità dei fuorilegge siberiani imponeva, a modo suo, un sistema etico. «Volevo raccontare storie che rischiavano di perdersi, che conoscono in pochi», spiega Nicolai. «Le storie della mia gente, distrutta dal capitalismo di oggi: gente che aveva regole sacre, che viveva con dei valori».
“Educazione Siberiana”, assicura Saviano, è «un romanzo come se ne leggono pochi, che racconta di un mondo scomparso, quello degli Urka siberiani, la comunità di criminali
deportata da Stalin al confine con l’attuale Moldavia, in una terra di nessuno che è la Transnistria». Per leggere questo libro, avverte l’autore di “Gomorra”, «bisogna prepararsi a dimenticare le categorie di bene e di male così come le percepiamo, lasciar perdere i sentimenti come li abbiamo costruiti dentro la nostra anima. Bisogna star lì: leggere e basta». Non ci si aspetti un libro sulla mafia russa, né un trattato sul crimine, né alleanze tra clan, imperi economici, faide e sparatorie. «È il contrario. È un romanzo che racconta di un popolo scomparso, di una tradizione guerriera che Nicolai conservava dentro di sé e che non riusciva più a tacere».
«Continuamente - annota Saviano - lui usa la parola “onesto”, e continuamente ripete il termine “disonesto”. Può apparire strano che parlando di una comunità criminale si parli di onestà; noi abbiamo imparato a dimenticare che un codice etico condiviso possa esistere anche al di fuori della società civile». Tra gli Urka non si stupra, non si fanno estorsioni, non si fa usura. «Si può rapinare e uccidere, ma solo in presenza di un valido motivo. Si può truffare, ma solo lo stato e i ricchi». Spiega Nicolai: «Sono regole di giustizia non scritte, come la divisione equa dei beni, l’aiuto reciproco e la difesa dei più deboli. Se nasci in quella realtà – aggiunge - non puoi certo divenire Ghandi, ma almeno vivi un una società che ha regole e diritti, non solo soprusi dove vince il più corrotto e il più forte, come tra i lupi».
Nel romanzo, osserva Saviano, gli anziani hanno un ruolo centrale. «Non sono solo i depositari delle tradizioni, ma tramandano di generazione in generazione le storie più avvincenti di rapine e di sfide. Indirizzano le nuove generazioni anche sul modo di trattare il denaro. I soldi fanno schifo ai siberiani, la considerano roba sporca». Malgrado l’attento vaglio degli editor, rileva Saviano, a tratti si avverte che il libro ha conservato, a volte, delle asperità, dei punti dove la lingua inciampa: «Ed è proprio lì che lo stile ibrido di un uomo che pensa in siberiano e scrive in italiano, lo stile personalissimo che gli scrittori migranti elaborano, esce in tutta la sua pura ingenuità e bellezza. Lilin – dice Saviano – costruisce un mondo con la sua scrittura e questo fa di lui non un semplice testimone ma uno scrittore vero e proprio».
Uno scrittore molto particolare, naturalmente, che si riconosce nella tradizione degli Urka siberiani, quella dei “criminali onesti”: un mondo ormai estinto, nella Russia di oggi. «Nelle mie zone tutti chiedono il pizzo, per qualsiasi cosa bisogna pagare. È lecito aspettarsi una richiesta di tangente per documenti, viaggi, permessi, per tutto ciò che nel mondo occidentale, in un mondo che si dice civile, dovrebbe essere dovuto».
Nicolai, spiega Saviano, «è grato all’Italia, o almeno alla parte d’Italia dove lui vive, e nel suo discorso è possibile rintracciare anche quanto relativo sia il concetto di diritto». Ammette Nicolai: «Qui puoi avere un documento senza pagare tangenti, qui se vieni derubato puoi sporgere regolare denuncia, e sai che ci sarà qualcuno ad ascoltarti, a difenderti, a far valere i tuoi diritti di cittadino».
Simbolo della lotta contro l’illegalità mafiosa, Roberto Saviano “sdogana” volentieri l’ex fuorilegge Nicolai Lilin, riconoscendone il valore di testimone anche letterario e apprezzandone la franchezza, direttamente mutuata dal codice etico dell’educazione siberiana. Una dura coerenza, con alle spalle un vissuto non comune, che comprende anche due anni di guerra in Cecenia. «Io ho ucciso, Roberto. Ho ucciso un bel po’ di persone. Ma non sento dolore, o meglio sento che ero costretto a farlo: ero un militare, in Cecenia, e dovevo sparare».
«Me ne vado – conclude Saviano - con la certezza che il racconto e la memoria possono salvare un mondo e permettere di mappare una sorta di percorso che pericolosamente ci dice: il peggio è ancora da venire e laddove si perdono le regole si perde tutto ma, come scrive Lilin, il motto degli Urka siberiani è ancora vivo: “C’è chi la vita la gode, chi la subisce, noi la combattiamo”».
(info: Roberto Saviano, “Il ragazzo guerriero della mafia siberiana”, su “La Repubblica”, 3 aprile 2009 http://www.repubblica.it/2009/04/sezioni/esteri/saviano-siberia/saviano-siberia/saviano-siberia.html).
