Diario: nella casbah di Torino, per vincere la paura
Paura degli immigrati? Niente di meglio, per vincerla, che traslocare «nella tana del lupo», ovvero il quartiere di Porta Palazzo, a Torino, dove in pochi isolati convivono 55 etnie, attorno al più grande mercato multietnico d’Europa. E dove, nei vicoli dietro le bancarelle, territorio delle baby-gang, prospera il maggiore supermarket piemontese della droga. Un anno all’inferno, tra scippi e violenze, risse e rapine quotidiane. Per poi scoprire che, a distanza ravvicinata e prese le dovute cautele, Porta Palazzo «è una gran confusione di genti e di cose, di esasperazioni e di speranze». Non proprio un paradiso, ma uno spettacolo: di colori, lingue, profumi, voci e storie.
«Mi ci sono immerso e, dopo un anno, sono “guarito”», racconta il giovane Fiorenzo Oliva, che ha raccolto la sua esperienza nel diario “Il mondo in una
piazza” (edito da “Stampa Alternativa”, scaricabile anche dal web). Fiorenzo aveva un problema: nel 2002, in un parco, era rimasto vittima, casualmente, di un regolamento di conti tra malviventi maghrebini: era finito all’ospedale, con la pelle ustionata da un lancio di acido, finito fuori bersaglio. Uno choc che il giovane torinese, allora studente-lavoratore, ha deciso di affrontare e risolvere nel 2006, trasferendosi con un amico nel cuore della “casbah” cittadina. Una straordinaria testimonianza, la sua, che offre uno spaccato autentico di uno dei quartieri più interessanti d’Europa, una delle aree che meglio spiegano il sapore del mondo che verrà, tra paure e ingiustizie, contraddizioni e meraviglie.
Borgo Dora, dunque: ieri tempio della “mala” torinese, oggi conteso da rapinatori maghrebini e spacciatori nigeriani. Il battesimo del fuoco comincia subito, la prima notte. «Sono le dieci di sera e non le tre del mattino e non siamo riusciti a percorrere trenta metri senza farci rapinare. Siamo due fessi», commenta Fiorenzo, raccontando lo scippo appena subito, da lui e dal coinquilino, Ruben. «C’è molta tensione a girare di notte nel quartiere. In giro non vediamo facce amiche, ma solo potenziali assalitori. La banda che ci ha rapinati sarà ormai fuori zona. Di poliziotti neanche l’ombra».
L’indomani, davanti ai due amici si spalanca lo spettacolo del gigantesco mercato multietnico. «Ogni mattina Porta Palazzo è un formicaio», che produce oltre 15 tonnellate di rifiuti: un migliaio di banchi, tra i quali il sabato si aggirano centomila persone, offrono prodotti ortofrutticoli, alimentari e abbigliamento. E’ quello che, cent’anni fa, Edmondo De Amicis chiamava “il ventre di Torino”, dove già allora si agitava “una moltitudine malcontenta”. Il libro di Oliva aggiorna il panorama dell’odierna piazza della Repubblica: «Vedi i cinesi che camminano velocemente e a testa bassa, le donne musulmane con lo chador dietro ai loro uomini svestiti e scarmigliati, il vagabondo che chiede l’elemosina, la famiglia che pazientemente e meticolosamente studia i prezzi di
tutti i banchi per spendere il meno possibile. C’è chi fruga nelle cassette vuote gettate a terra, alla ricerca di un po’ di verdura o di frutta che qualche commerciante ha appena buttato».
La scelta delle mercanzie è immensa. «Il mercato della carne e quello del pesce, entrambi al coperto, fanno impressione. Tutti gli esercenti urlano per attirare la clientela, le voci rimbombano da una parte all’altra della piazza». Girando per le vie del quartiere «ci si imbatte in macellerie islamiche, gastronomie arabe e bazar tipicamente nordafricani. Ci sono anche una moschea e un centro culturale italo-arabo». Nell’aria, scrive Fiorenzo Oliva, «si respira fragranza di tè verde e l’odore stantio di qualche kebab cotto frettolosamente». I maghrebini il commercio ce l’hanno nel sangue. «Lo capisci quando entri nei loro negozi. Se ci sei già passato una volta per caso, stai tranquillo che si ricordano di te. Ti chiedono come stai, ti parlano fraternamente. Ti fanno sentire un amico ben accolto». E l’offerta continua anche di notte: c’è sempre un carretto, che vende pane arabo e carne di vitello.
Porta Palazzo ha una storia importante, ricorda il libro di Oliva. «Qui Francesco Cirio, originario di Nizza Monferrato, aveva una bancarella. Una sera, in un piccolo appartamento buio di via Borgo Dora, dopo innumerevoli tentativi, riuscì a conservare ortaggi e frutta in barattoli di latta. Così nacque l’industria». Come ai tempi di De Amicis e di Cirio, «mezza città viene qui a fare la spesa. Anche sotto casa nostra si fa la spesa, ma di hashish e eroina», annota Oliva nel suo diario. Certo, i tempi sono cambiati, anche se «il mercato di Porta Palazzo ha sempre attirato la delinquenza. Nel passato era quella di piccoli truffatori e giocatori d’azzardo», con tanto di “scuole di furto” per ladruncoli e apprendisti borseggiatori.
La Porta Palazzo di oggi, raccontata da Fiorenzo Oliva, è un “barrio” duro e spietato, dove ognuno lotta ogni giorno per sopravvivere. «Marocchini, romeni, algerini, moldavi, nigeriani, tunisini, senegalesi. C’è anche qualche albanese» e ogni tanto «passano i cinesi, anch’essi a gruppetti. Sembrano di gran lunga le facce meno inquietanti, anche se la loro mafia è forse la peggiore».
Il libro, che racconta la vita quotidiana di due ventenni alle prese ogni sera con l’assedio di spacciatori e borsaioli, traccia una precisa geografia dell’immigrazione nel quartiere a più alta densità di stranieri, dove è concentrata la criminalità proveniente dall’estero. «Porta Palazzo per molti migranti è un punto di riferimento. Altro che Ufficio Immigrazione, quando uno
straniero arriva in città questo è il primo luogo in cui si reca per capire come orientarsi a Torino. Trova dei connazionali, spesso addirittura dei compaesani».
I rumeni, che convivono a decine in appartamenti di pochi metri, sono quelli che vivono meglio: immigrazione «sessualmente bilanciata», uomini e donne. Ottimi i rapporti con gli africani dalla pelle scura: mai ubriachi, mai drogati. «Non li ho mai visti fare uso di droghe, anche se vivono vendendole», racconta Oliva, e confessa: «Quando ho paura sotto casa o la situazione si sta mettendo male, mi rifugio sul loro territorio, dove sono certo che nessuno mi toccherà».
Un caso a parte, i cinesi: invisibili, eppure onnipresenti. «Sono dappertutto ma non si fanno mai notare. Comprano negozi, ristoranti e case in contanti, ma a nessuno è ben chiaro da dove provengano tutti quei soldi – anche se, forse, sono solo il frutto di un duro lavoro. Sembrano comandati da un forte potere che li regola e li opprime. Il fatto che i maghrebini non li tocchino mai significa che la loro mafia è molto potente e fa paura».
Maghrebini: il nemico numero uno. Furono loro, nel 2002, a mandare Fiorenzo all’ospedale. E sono ancora loro, quattro anni dopo, a fargli più paura.
«Spacciano hashish e cocaina, e ne consumano più di quanta ne vendano. Girano in gruppo e assaltano in gruppo, come cani randagi. Capita che si scontrino tra di loro, e sono sempre risse spietate». O gli fai paura o ti fanno paura, scrive Oliva. «O sei un predatore o diventi la loro preda». Sono travolti da un conflitto perenne, senza vincitori né vinti.
«Vivendo qui – ammette l’autore – ho imparato a temerli, e per questo anche a odiarli». Sono i baby-spacciatori dell’ultima generazione, «volgari e violenti, non hanno né Dio né maestro. Sono la disperazione stessa», osserva lo scrittore marocchino Mohammed Lamsuni. «Qualcuno dovrebbe sparare dalla finestra e ucciderne uno», dice un’anziana meridionale all’esterrefatto Fiorenzo Oliva, il ragazzo-scrittore “in cura” a Porta Palazzo per vincere la paura.
«La miseria non piange, non ha voce» scriveva Kapusciski: «La miseria soffre, ma soffre in silenzio». I marocchini di Porta Palazzo vengono dalla provincia rurale di Khouribga, ricchissima di risorse naturali. «Ogni giorno – scrive Oliva – da quella regione partono treni merci carichi di fosfati e diretti in Francia», dove diventano fertilizzanti, medicine, armamenti: tre settori economici in continua espansione commerciale. «Potenzialmente, quindi, il territorio di Khouribga dovrebbe essere ricco e sviluppato, mentre in realtà è poverissimo, le infrastrutture inesistenti, e gli abitanti scappano. A lucrare su questa risorsa, oltre all’intera famiglia reale del Marocco, sono i colonizzatori europei».
Vivere a Borgo Dora, accanto a via Cottolengo che la notte si trasforma in un far west dove le baby-gang si scontrano armate di coltelli e bottiglie pescate nei cassonetti, significa anche condividere gli spazi vitali del quartiere: i cordiali vicini di casa, marocchini; l’enigmatico amico albanese, “Tigre”, arrivato in Italia nascosto in un Tir; gli spacciatori africani che trasformano la strada in un «Mc Drive della droga». E naturalmente, gli italiani: come Antonio, con moglie rumena, o la panettiera sotto casa, che parla in dialetto piemontese, o l’altro negoziante, il Fascio, memoria storica del quartiere, deciso a difendersi anche a sprangate contro l’invadenza delle baby-gang, i ragazzini che fumano hashish, fiutano colla e “impazziscono” presto.
Nel giro di un anno, il lato povero di Porta Palazzo – opposto a quello della movida, frequentato dal popolo (italiano) della notte – è entrato nella vita di Fiorenzo Oliva. «Vivere qui mi sta facendo bene», scrive. «E’ veramente difficile, d’altro canto però comincio a sentirmi libero dalla paura». Non è proprio un giovanotto di primo pelo, Fiorenzo: «Ho vissuto la vita diurna e notturna in città come Varsavia, Sarajevo, Mosca, Glasgow, Kraljevo, Istanbul, l’entroterra turco, Antalya, Zagabria, Belgrado», incappando anche in disavventure molto serie. «Ma un angolo come quello tra via Cottolengo e piazza della Repubblica di notte lo annovero fra i tre più pericolosi che abbia mai visto».
Dodici mesi, e la cura è finita. Lasciando in dote un bel libro, fresco e agile, capace di svelare l’anima profonda di uno dei quartieri più affascinanti d’Europa. «Porta Palazzo – scrive Fiorenzo Oliva – ha un’anima orientale. La respiri nell’aria. La vedi nelle facce che incontri, nelle contrattazioni infinite al mercato, negli esercizi commerciali, nelle strade». Ogni volta hai la sensazione di percorrere un viaggio, dice lo scrittore, anche se sei sempre nella tua città, a quattro passi da casa. «Tra queste vie si respira aria cosmopolita, in un melodioso e sprezzante crocevia di culture».
(Fiorenzo Oliva, “Il mondo in una piazza – diario di un anno tra 55 etnie”, Stampa Alternativa, www.ilmondoinunapiazza.it).

Un libro complesso “Il mondo in una piazza”, che descrive la situazione (positiva e negativa) di un quartiere bello e problematico come Porta Palazzo. E’ un libro complesso ma anche bello, e a tratti molto divertente. L’ho divorato, non riuscivo a smettere di leggere. Un sincero grazie a questa recensione che mi ha fatto scoprire questo libro, che ho scaricato dal web (l’autore e la casa editrice hanno aderito a una politica di “diritti parzialmente riservati” e pertanto il libro è scaricabile dal sito internet http://www.ilmondoinunapiazza.it) ma che presto mi andrò a comprare in libreria e che sto già consigliando a amici e conoscenti.