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Scrittore ucciso, alla sbarra Shell e signori del petrolio

Scritto il 17/6/09 • nella Categoria: segnalazioni • Condividi su Facebook

Si parla ormai da anni delle aziende petrolifere, vere garanti del mantenimento in vita delle società della crescita, e di tutto quello che sono disposte a fare per mettere le mani su nuovi giacimenti piuttosto che per incrementare i propri profitti. Si sa molto sui danni ambientali o su quelli alla salute che queste compagnie causano in giro per il mondo. Nei mesi scorsi si è perfino parlato e scritto abbondantemente sulle speculazioni finanziarie che stanno dietro ad un singolo barile di petrolio. Ma non bisogna scordare un altro aspetto importante della questione petrolifera: quello dei diritti umani. E delle migrazioni che ne conseguono.

Argomento di non poca importanza che ha sempre più motivo di essere discusso nel campo petrolifero quello della lesione dei diritti umani, che ken-saro-wiwa-1rappresenta una delle piaghe più diffuse nei paesi ricchi (spesso loro malgrado) di giacimenti di petrolio. Non che sia un argomento “iniziato” di recente, intendiamoci. C’erano manifestazioni e proteste in tutto il mondo circa quarant’anni fa a riguardo, proprio perché si sapeva già a quel tempo della violazione della libertà e dei diritti umani di molte persone. Ciò che cambia oggi sono la portata del fenomeno e per fortuna, in alcuni casi, la possibilità che chi ha perpetrato violenze e rapine negli ultimi decenni si possa trovare a pagarne il conto.

Davanti al tribunale federale di New York, infatti, la Shell ha risposto di complicità nell’omicidio dello scrittore nigeriano Ken Saro Wiwa e di altri otto militanti di un movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni. Questi, nel ventennio successivo alle prime scoperte petrolifere fatte nei loro territori (1957), nel sud-est del delta del Niger, erano stati cacciati d’autorità dalle loro terre, poi devastate dall’attività estrattiva, senza alcuna compensazione se non quella, irrisoria, pari al valore dei raccolti delle terre che coltivavano.

Lo scrittore ed esponente ecologista Saro Wiwa, fondatore del succitato “Movimento per la sopravvivenza dei Paesi d’Ogon”, con una serie di manifestazioni non violente era riuscito a interrompere le attività della Shell nel sud della Nigeria, accusando la compagnia di aver inquinato intere zone. L’esecuzione dei nove militanti aveva suscitato grande indignazione in tutto il mondo già a suo tempo (era il 1995), sia per questi omicidi (le esecuzioni di chi si opponeva alle politiche repressive del governo nigeriano, “comprato” per pochi milioni di dollari dalle multinazionali del petrolio), sia per la serie di torture che le precedevano. Solo adesso, però, chi si trovava dietro a tutte queste decisioni ne sta rispondendo in tribunale. Tribunale non nigeriano, ma, vale la pena sottolinearlo, newyorkese.

Shell, ritenuta mandante e finanziatrice dell’impiccagione di Ken Saro Wiwa e compagni, si è presentata alle ultime due sedute (svoltesi questa settimana), grazie a due leggi americane, l’Alien Tort Statute e la Legge per la Protezione delle Vittime della Tortura, che consentono ai cittadini stranieri di denunciare negli Usa violazioni dei diritti umani compiute in altri paesi. Cittadini ai quali è quindi data la possibilità di rivolgersi alla giustizia statunitense. Proprio per questo un gruppo di vittime dell’ex regime militare nigeriano, tra cui il figlio di Saro-Wiva, aveva denunciato la complicità di Shell con il governo dell’allora presidente Sani Abacha nella morte dello scrittore.

È di pochi giorni fa la notizia che, alla fine delle due ultime sedute, Royal Dutch Shell ha accettato di pagare 15,5 milioni di dollari per porre fine al contenzioso. Un accordo che la compagnia anglo-olandese sta cercando di far passare per sua pura magnanimità, continuando a bollare le accuse come false e a non ritenersi colpevole dei fatti ad essa imputati. Di questo denaro, stando alle affermazioni di Paul Hoffman, uno dei legali delle famiglie Ogoni, 5 milioni andranno in un trust a beneficio del popolo Ogoni, il resto agli avvocati e alle famiglie delle vittime.

Shell ovviamente non è l’unica compagnia petrolifera ad essere coinvolta in scandali di questo tipo. L’americana Chevron, per esempio, rischia di dover pagare fino a 16 miliardi di dollari di risarcimento alle popolazioni dell’Ecuador per quella che è stata definita “la Chernobyl dell’Amazzonia”, un massiccio inquinamento dovuto alla precedente gestione dei giacimenti da parte di Texaco (acquisita da Chevron nel 2001) che avrebbe causato migliaia di morti per malattie correlate.

La “nostra” Eni (e nostra lo è, visto che lo Stato italiano ne è con il Ministero delle Finanze e la Cassa Depositi e Prestiti tra gli azionisti principali), quinto gruppo petrolifero mondiale per giro d’affari, dietro a Exxon Mobil, Bp, Royal Dutch Shell e Total, invece non è da meno. Sia in Congo, nel giacimento di M’boundi, che nel delta del Niger, sta creando non pochi problemi sia all’ambiente che soprattutto alle popolazioni locali, in particolare a causa della pratica del gas flaring (sul quale anche la trasmissione Report ha eseguito un interessantissimo reportage), che consiste nel bruciare il gas naturale che esce dai pozzi petroliferi a cielo aperto. Ciò causa malattie respiratorie, piogge acide e inquinamento dell’aria e delle acque.

Quello che è accaduto a New York, per quanto possa sembrare poco (e forse lo è, visto le dimensioni dei disastri socio-ambientali spesso causati dai colossi petrolchimici) è comunque un passo avanti verso la fine dell’impunità delle grandi compagnie. Secondo il World Resource Insitute, infatti, la sopravvivenza delle industrie estrattive oggi non può più prescindere dall’adempimento delle proprie responsabilità in campo ambientale e sociale: Ong attive, governi più attenti e un’opinione pubblica più sensibile renderebbero impossibile ‘farla franca’.

Un passo avanti, abbiamo detto, una piccola soddisfazione, addirittura una vendetta (come l’ha definita lo stesso figlio di Saro-Wiva ) che però non va alla radice del problema. Problema che verrebbe appunto sradicato solamente se/quando le società dei consumi e della crescita economica a tutti i costi (energivore per antonomasia e “drogate” di idrocarburi) si dovessero riuscire ad emancipare da un uso smodato di energia e di merci da consumare ad un ritmo sempre più elevato. Il che, di conseguenza, le porterebbe ad emanciparsi anche dall’eccessivo bisogno di risorse quali gli idrocarburi, dei quali esse sono spesso povere.

La fine del consumo forsennato e del dogma della crescita illimitata comporterebbe la fine della nostra assuefazione da fonti fossili di energia. E darebbe fine a molti problemi riguardanti i diritti umani, l’ambiente e le migrazioni che ne conseguono.

(Andrea Bertaglio, articolo pubblicato su “Terranauta”, www.terranauta.it, e sul sito del Movimento per la Decrescita Felice, www.decrescitafelice.it).

OIL CRIMES - The Shell oil company answers to the Federal Court of New York for the murder of the Nigerian writer Ken Saro-Wiwa, killed after his book against the crimes of the oil major in Africa (info: www.terranauta.it).

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Tag: Alien Tort Statute, Amazzonia, Andrea Bertaglio, Bp, Chernobyl, Chevron, Ecuador, Eni, Exxon Mobil, Italia, Ken Saro-Wiwa, Movimento per la Decrescita Felice, New York, Niger, Nigeria, Ogoni, Paul Hoffman, Report, Sani Abacha, Shell, Terranauta, Texaco, Total, vittime della tortura, World Resource Insitute

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