Bonelli: Verdi bipartisan e più europei?
Era ora che anche i Verdi nostrani uscissero una volta per tutte dalla logica dell’arrocco. Fuor di metafora scacchistica, non si può non cogliere la novità che proviene dall’assise del partito, dove l’elezione di Angelo Bonelli come segretario del “sole che ride” apre delle prospettive politiche e culturali inedite per il movimento ambientalista italiano. L’uscita dalla connotazione “di sinistra” rilanciata dal neosegretario e l’apertura alla trasversalità non sembrano essere solo uno scatto di orgoglio autonomista ma segnalano soprattutto un segno positivo di discontinuità che avvicina i Verdi al dibattito sull’ecologia che in Europa è sempre più un tema bipartisan.
«Dobbiamo recuperare la vocazione ambientalista mettendo da parte pregiudizi politici, qualsiasi essi siano. L’ abbiamo visto in Francia, è questa la strada
giusta», chiaro l’intento di Bonelli e chiaro soprattutto il suo riferimento all’esperienza francese. Proprio da Daniel Cohn-Bendit infatti, uno dei guru dell’ambientalismo internazionale e leader dell’Europe Ecologie , alla vigilia delle elezioni europee era arrivata la bocciatura più netta dell’ambientalismo identitario in salsa italiana rivendicato dall’allora segretario Grazia Francescato.
I risultati, amari, si sono visti: con l’uscita anche dall’Europa dei Verdi italiani mentre in Francia il partito omonimo arrivava al sedici per cento. Ma il dato più interessante è che la trasversalità non è stata solo un fattore annuncio, ma è una pratica politica reale.
Non è un caso, infatti, che anche nel resto del continente i movimenti ecologisti ragionino sempre di più in termini pragmatici: in Svizzera, a Ginevra, i Verdi hanno superato i socialisti spiegando anche il perché: «La sinistra soffre di un immobilismo inquietante». Mentre in Germania sta nascendo addirittura un laboratorio politico: i Verdi infatti, nel distretto della Saar, hanno rifiutato di creare una coalizione con la sinistra del Linke e hanno preferito invece un’intesa
“più seria” con la Cdu e i liberali: Nascerà così’ la “Jamaika Koalition”, dai colori dei tre partiti: il primo centrodestra a vocazione ecologista.
E non è un caso, poi, che il “pollice verde” stia maturando anche nel resto del centrodestra europeo: dal leader dei conservatori inglesi David Cameron che ha messo nel suo programma la necessità di un’attenzione maggiore verso il rispetto dell’ambiente; al viceministro Aldolfo Urso che ha rilanciato la green economy, fino alla proposta in sede comunitaria di mettere i dazi sui prodotti realizzati nei paesi che non rispettano i vincoli ambientali portata avanti dal presidente francese Nicolas Sarkozy.
Davanti a questo quadro credere – come sostiene ancora la candidata sconfitta al congresso italiano dei Verdi De Petris, che quella ambientale debba essere per natura una battaglia di parte («Per non tradire la nostra storia») – è la riprova di quanto distante e autoreferenziale era diventato il dibattito all’interno di un partito che si autocondannava così alla marginalità.
Per questo motivo le parole del neosegretario Bonelli sembrano illustrare ancora un cambio di prospettiva interessante: «Vogliamo creare una formazione ecologista post-ideologica. La questione della centralità ambientale, della tutela della salute, anche la realizzazione di nuovi posti di lavoro, riguarda tutte le famiglie italiane. Vogliamo rompere i confini ideologici e creare una forza ecologista che sia trasversale e parli a tutti». Il principio e l’obiettivo, dunque, in luogo della fazione. Con questa strategia è possibile che il “sole” dei Verdi possa tornare a sorridere davvero.
(Antonio Rapisarda, “Verdi italiani: non più cocomeri?”, dal periodico della fondazione Farefuturo, 13 ottobre 2009 – www.ffwebmagazine.it).
