Karadzic, processo all’orrore nel cuore dell’Europa
Crimini di guerra e crimini contro l’umanità, dall’inizio del conflitto in Bosnia fino alla strage di Srebrenica, nel luglio 1995, pochi mesi prima delle ostilità, nella quale furono massacrate 8.000 persone. Uccisioni, stupri, torture. Brutalità commesse in 19 municipalità bosniache, senza contare l’agonia di Sarajevo, città-martire, sopravvissuta a un feroce assedio durato 44 mesi. Un dossier schiacciante: 530 testimoni, un milione di pagine. Questi i capi di imputazione che il 16 ottobre attendono l’ex leader dei serbi di Bosnia, Radovan Karadzic, davanti al tribunale dell’Aja, istituito per i crimini commessi nell’ex Jugoslavia negli anni ’90.
L’accusa contro Karadzic è stata formalizzata: il 20 ottobre è stata depositata aql Tpi, il tribunale penale internazionale istituito dall’Onu nel
1993. L’anno precedente, ricorda “PeaceReporter”, Karadzic venne eletto membro della presidenza tripartita della Repubblica Srpska, entità auto-proclamata dei serbi di Bosnia, assieme a Momcilo Krajisnik e a Bilijana Plavsic. Psichiatra e poeta, il 64enne Karadzic è sempre stato ritenuto il leader più influente, il vero ispiratore delle maggiori atrocità commesse dalle milizie serbo-bosniache. I giudici internazionali lo accusano di essere l’architetto della “pulizia etnica”, il piano di espulsione definitiva dei musulmani e dei croati dalla Bosnia-Erzegovina.
«Dopo una latitanza di 13 anni, arrestato a Belgrado dove viveva sotto falsa identità e con un aspetto profondamente differente – osserva Christian Elia di “PeaceReporter” – adesso Karadzic andrà alla sbarra, dopo la firma del suo mandato di cattura a opera del giudice sudafricano Goldstone nel 1995». E’ lo stesso magistrato che ha firmato il rapporto con il quale il
Consiglio per i diritti umani dell’Onu ha appena denunciato Israele per crimini di guerra e crimini contro l’umanità nei confronti della popolazione palestinese di Gaza.
Inoltre, aggiunge “PeaceReporter”, l’atto di accusa contro Karadzic «qualifica come crimine di guerra la presa di ostaggi di circa 200 caschi blu e osservatori dell’Onu nel 1995», su ordine del leader serbo-bosniaco. «La versione iniziale dell’atto di accusa prendeva in conto reati commessi in 47 comuni, ma il documento è stato ridotto a più riprese, fino agli ultimi undici capi d’imputazione», precisa Elia.
«Noi vogliamo un processo che rifletta la gravità dei crimini commessi, che consenta alla vittime di raccontare le loro storie e che sia al tempo stesso gestibile», spiega il procuratore capo del Tpi, il belga Serge Brammertz, che ha sostituito nel 2008 la storica procuratrice svizzera Carla Del Ponte.
Secondo Brammertz, il processo dovrebbe durare dai due anni e mezzo ai tre anni. Le udienze saranno presiedute dal magistrato sudcoreano O-Gon Kwon.
Karadzic si difenderà da solo, assistito da un team di consulenti e consiglieri guidati dall’avvocato americano Peter Robinson. Tra i suoi assistenti anche Edward Medvene, secondo cui «Karadzic è impaziente di dimostrare la propria innocenza». Malgrado ciò, l’imputato ha già annunciato che il 26 ottobre non si presenterà in aula: «La mia difesa non è pronta per il processo», ha scritto lo stesso Karadzic in una lettera al presidente del Tpi, spiegando che diserterà l’attesissima udienza.
Secondo Carla Del Ponte, autrice del libro “La caccia” sul suo mandato da procuratore-capo del Tribunale, «il principio della difesa svolta in proprio dall’imputato offre un’opportunità troppo vasta di trasformare il banco degli accusati in un pulpito per comizi e il processo in un circo politico». Difficile darle torno, ammette Christian Elia, considerando l’utilizzo che ha fatto dell’autodifesa l’ex presidente della Jugoslavia prima e della Serbia poi Slobodan Milosevic, morto nella sua cella nel carcere olandese di Sheveningen, dove risiedono tutti gli imputati del Tpi, il 3 maggio 2006
mentre si celebrava il suo processo. Stesso comportamento da parte del leader dei radicali serbi Vojislav Seselj. «Entrambi, invece di difendersi in punta di diritto, hanno tenuto veri e propri comizi», ricorda Elia.
La tattica di Karadzic, fin dalla sua prima apparizione in tribunale davanti al giudice Alphonse Orie il 31 luglio 2008, è stata improntata alla presentazione di migliaia di atti e di accuse a tutto il sistema politico internazionale, rileva “PeaceReporter”. «Il presidente del Tpi, Patrick Lipton Robinson, in una recente intervista, ha voluto tranquillizzare tutti sulla tattica dilatoria di Karadzic».
Il Tpi, infatti, chiuderà entro tre o quattro anni al massimo, mentre il processo potrebbe durare molto di più. «Secondo le convenzioni internazionali questo genere di crimini non può andare in prescrizione», ha garantito Robinson. «Contiamo di celebrare l’ultimo processo di primo
grado entro la fine del 2012 e l’ultimo di appello entro la fine del 2013». Per quella data, spiega Christian Elia, il Tpi conta anche nell’arresto di Ratko Mladic, che dei serbi di Bosnia era il comandante militare.
«Il rischio, però, è anche per i diritti dell’imputato», obietta “PeaceReporter”. «Se da una parte Karadzic può sfruttare il tempo per allungare il processo a lungo, dall’altra parte il Tpi non deve ledere il suo diritto a un equo processo». Robinson ha tenuto a rassicurare tutti in questo senso, ma il rischio che non venga offerto all’ex leader della Repubblica Srpska il giusto spazio è notevole. «Quello che per la Del Ponte è un comizio politico, infatti, potrebbe essere anche l’occasione per fare chiarezza su certe zone d’ombra che permangono nella ascesa politica e nella lunga latitanza di Karadzic».
In primo luogo, aggiunge Elia, c’è da chiarire «quell’impunità che lui sostiene essergli stata garantita da Richard Hoolbrooke, all’epoca della guerra in Bosnia inviato speciale del governo degli Stati Uniti». Secondo Karadzic, che si è sempre dichiarato non colpevole, Hoolbrooke gli avrebbe
offerto l’immunità in cambio della sua scomparsa dalla scena politica, cosa che è puntualmente accaduta alla fine del 1995 e prima della firma degli accordi di Dayton del 1996 che posero fine al massacro nella ex Jugoslavia.
Inoltre, aggiunge Elia, Karadzic sostiene che la storia del massacro di Srebrenica andrebbe riscritta, al punto che chiede che, sulla vicenda, vengano ascoltati anche i servizi segreti italiani. «Secondo lui l’intelligence italiana, grazie a un’intercettazione del centro di ascolto satellitare di Cerveteri, vicino Roma, avrebbe le registrazioni della conversazione telefonica, avvenuta poco prima dell’eccidio di 8.000 musulmani, tra l’allora presidente bosniaco Alija Izebegovic e il sindaco di Srebrenica». Secondo Karadzic, Izebegovic respinse la richiesta di evacuazione della cittadina, pur consapevole dell’orrore che stava per colpirla. «Il rispetto delle vittime passa anche attraverso il diritto di conoscere tutta la verità», conclude Elia (info: www.peacereporter.net).
YUGOSLAVIA CRIMES - The Aja International Tribulal is going to trial the former Serbian leader of Bosnia-Hercegovina, Radovan Karadzic, for war crimes and crimes against humanity. From the Srebrenica’s massacre to the Sarajevo siege, 530 witnesses and a dossier with 1 million pages (info: www.peacereporter.net).
