Vaccinarsi, con Primo Levi, dal cancro del negazionismo
Scritto il 23/10/09 • nella Categoria: idee • Condividi
Chiedere perdono agli ebrei? Impossibile. Sono arroganti, tracotanti, bugiardi. Pretendono che il mondo chieda loro scusa, all’infinito, per i crimini della Shoah, sicuramente una persecuzione risalente a settant’anni fa, ma non certo un genocidio: non ci sono prove che siano state sterminate sei milioni di persone, men che meno nelle camere a gas. Fantasie, invenzioni. Leggende. E’ la tesi che un ricercatore dell’università La Sapienza di Roma espone ora sui numerosi blog di cui è curatore. L’ennesimo scandalo del delirio negazionista.
«In qualunque modo questa guerra finisca», scrive Primo Levi interpretando il pensiero dei nazisti, «la guerra contro di voi l’abbiamo già
vinta: perché non sopravviverete per testimonare, e i pochi superstiti non saranno creduti». Era il calcolo, mostruoso, alla radice della soluzione finale. L’abominio sarà così efficiente che non lascerà traccia, così inaudito da suscitare incredulità. Il fatto che il delirio negazionista abbia ancora libero corso, dopo tanti anni, rinverdito magari da chi periodicamente lo rispolvera utilizzandolo come veicolo di (sconcertante) notorietà personale, non può che preoccupare.
La cancellazione della memoria è la pietra angolare su cui si costruisce l’ingiustizia; l’unica su cui si può rinnovare, domani, la strage. Quello degli ebrei durante l’occupazione nazista dell’Europa non è l’unico genocidio del ‘900, naturalmente. E la violenza tenebrosa del militarismo sionista incarnato da Israele non giova certo ai fedeli israeliti: le prodezze dell’esercito israeliano contro i civili palestinesi non contribuiscono alla corretta percezione dell’ebraismo, mettendo ingiustamente in difficoltà le comunità religose ebraiche. Non è un caso, evidentemente, che il virus negazionista sembri puntualmente incoraggiato dall’unanime esecrazione, ora sancita anche dall’Onu, dei crimini imputati al governo di Tel Aviv.
Nulla, tuttavia, può giustificare il pervicace ricorso alla menzogna di chi nega la strage, quella strage. Dire che la Shoah non fu un unicum, un abominio senza eguali nella storia dell’umanità, significa cominciare a scalfirne la verità dolorosa, ignorando deliberatamente la mostruosa unicità di quella gigantesca, maniacale pianificazione, alla quale non
potevano sottrarsi neppure i vecchi, i moribondi, costretti anch’essi a sottoporsi al rigido programma ingegneristico prescritto per il più metodico sterminio di massa di ogni epoca.
Dopo la scoperta di Auschwitz, il pianeta ha conosciuto la Guerra Fredda, la distensione, le illusioni di un nuovo ordine mondiale, la globalizzazione dei mercati, la crisi energetica e quella del capitalismo finanziario, l’emergenza climatica, la mancanza di equità nel consumo di beni e risorse. In modo contradditorio, culture ed economie si confrontano ogni giorno. All’uomo che dalla poltrona più importante del mondo ha denunciato l’ingiustizia del sistema è stato attribuito il Premio Nobel per la Pace.
La prima minaccia per la pace, nel mondo, è sempre la negazione della verità, l’assenza di memoria condivisa, il controllo del potere economico (e del relativo potere politico) sulla libera informazione. Il problema non è l’esistenza del negazionismo o la facoltà di libera espressione delle tesi negazioniste, ma il fascino suggestivo che queste tesi esercitano e la facilità con la quale possono far presa, in un mondo senza più memoria e quindi indifeso di fronte a chi, domani, volesse concepire nuove stragi.
Nel nuovo lessico più o meno universale del mainstream, condizionato dalla rivoluzione tecnologica dell’informatica, furoreggia ogni sorta di partigianeria, in un festival di opinioni spesso ridotte a insulti da stadio. Il web garantisce un’esplosione di libertà senza precedenti, rendendo trasparente la fragilità politica di società assuefatte ai codici del marketing consumistico e televisivo, smemorato e superficiale. Società nelle quali si tende spesso a schematizzare e polarizzare le convizioni in modo sommario, diffidando di ogni forma di problematicità.
Primo Levi fece della problematicità la bussola di tutta la sua lunga attività intellettuale. Lungi dal liquidare la Shoah come un evento politico riguardante una sola parte dell’umanità, si pose il problema del ruolo del male nella storia, sviluppando – nella sua riflessione più alta – il sentimento della vergogna: i nazisti non erano mostri, ma esseri umani; dunque, ogni essere umano – sottoposto a determinate condizioni – può diventare un nazista. Per questo, l’umanità non sarà mai del tutto al riparo dal rischio dell’abominio.
L’ossessione che ha divorato Primo Levi per l’intera sua vita, dalle ore febbrili della liberazione alle notti in cui scrisse “Se questo è un uomo”, fino agli estremi tormenti del suo testamento ultimo, “I sommersi e i salvati”, era proprio il timore che si potesse avverare, un giorno, la terribile profezia dei carnefici: nessuno crederà alla testimonianza dei sopravvissuti, un ricordo che pian piano diventerà racconto, invenzione, leggenda.
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