Nucleare, mappa-siti solo dopo le elezioni regionali
«Se potessi scegliere dove mettere una centrale nucleare me la metterei nel giardino di casa». Parola di Claudio Scajola. Peccato che la casa del ministro dello Sviluppo economico si trovi in Liguria, regione che non avrebbe neanche un centimetro quadrato idoneo a ospitare un impianto atomico. Figuriamoci un giardino. Per giunta la Liguria, governata dal centrosinistra, è una delle dieci Regioni che hanno fatto ricorso alla Consulta contro la legge 99 con la quale il governo ha riaperto la strada al nucleare. Una iniziativa che, visti i precedenti, può rappresentare un ostacolo serissimo a tutta l’operazione.
Intanto il tempo passa ed è sempre più vicina la scadenza del 15 febbraio, data entro cui dovrebbero essere pronti i quattro provvedimenti del
governo necessari per poter costruire le nuove centrali, ricorda Sergio Rizzo sul “Corriere della Sera”. Una delibera del Cipe dirà quali tecnologie si potranno impiegare, e probabilmente saranno ammesse tanto la francese (Epr) che l’americana (Ap 1000). «Serve un decreto che dica dove si farà il deposito delle scorie, ed è un problema mica da ridere», aggiunge Rizzo.
Non solo. Per il ritorno dell’Italia al nucleare serve anche un decreto per decidere le compensazioni economiche per gli enti locali che accoglierebbero gli impianti. E serve, soprattutto, il decreto sulle localizzazioni: un provvedimento che stabilirà non dove si possono fare, ma dove «non» si possono fare le centrali. Sulla base di questa mappa «al negativo», l’Enel e chi altro vorrà realizzare un impianto avanzerà proposte all’Agenzia per la sicurezza nucleare, che dovrà dire sì o no.
«Soltanto a quel punto – sottolinea il “Corriere” – si potrà avere l’elenco dei siti». Da mesi circolano tuttavia presunte liste nelle quali figurano i luoghi dove erano già presenti i vecchi impianti, o dove era stata avviata la costruzione di centrali quando, nel 1987, il referendum antinucleare bloccò tutto. Il quotidiano “Mf” ha rilanciato l’8 dicembre i nomi di Trino Vercellese, Caorso, Montalto di Castro, Latina e Garigliano: quelli di 22 anni fa. E sempre l’8 dicembre, aggiunge Rizzo, il neo-presidente dei Verdi
italiani, Angelo Bonelli, ha rivelato la dislocazione di altri siti di sua conoscenza, tra cui Oristano, Palma di Montechiaro (Agrigento) e Monfalcone.
Si tratta di località considerate idonee da trent’anni, osserva Rizzo. «Risale infatti al 1979 la mappa elaborata dal Cnen sulla base di alcuni parametri come il rischio sismico, la presenza dell’acqua, il tasso di urbanizzazione, l’esistenza di infrastrutture». Parametri che, da allora, possono essere anche molto cambiati, avverte il “Corriere della Sera”. «La portata idrica del Po, per esempio, non è più quella del 1979. Molte aree poco urbanizzate sono oggi iper-abitate. E anche la carta del rischio sismico, con il progresso delle tecniche d’indagine, potrebbe riservare tante sorprese».
Senza considerare che la scelta dei siti «idonei » non spetta formalmente all’Enel, che può soltanto proporli, ma all’Agenzia per la sicurezza nucleare (che ancora dev’essere costituita). Sul tappeto, per ora, alcune “idee”. Per esempio, un orientamento politico di fondo del governo: realizzare al Nord la prima delle quattro centrali previste dal piano. Dove, è difficile dire. «Com’è comprensibile, nessuno parla: adducendo come motivazione la circostanza che la mappa del 1979 è in fase di aggiornamento».
Tuttavia, si sa che l’area non dovrebbe coincidere con quelle che hanno già ospitato un vecchio impianto atomico, cosa che escluderebbe Trino e Caorso. Se il sito in questione dev’essere in prossimità del mare, per non gravare sul Po, allora la ricerca si restringe. «C’è la Toscana settentrionale
con l’area di Cecina, città natale del ministro nuclearista Altero Matteoli, ma la regione è governata dal centrosinistra e ha già fatto ricorso contro la legge Scajola: la battaglia sarebbe durissima».
Nella mappa dei siti possibili figura anche l’isola di Pianosa, ma oltre ai problemi di cui sopra ci sarebbe la controindicazione del costo esagerato. «Minori difficoltà – continua Rizzo – esisterebbero per la costa adriatica, in particolare quella Friuli Venezia Giulia e il delta del Po. Ma se la zona di Monfalcone è abbastanza congestionata, il Polesine, area a una trentina di chilometri da Chioggia, lo è molto meno». A favore della localizzazione di una centrale atomica in Veneto si era già espresso il governatore Giancarlo Galan, uno dei pochi a non aver fatto ricorso alla Consulta.
Secondo il “Corriere”, a capo della costituenda Agenzia potrebbe essere nominato il settantenne Maurizio Cumo, ex presidente della Sogin, erede dell’Enea, contro cui gli ambientalisti di Alessandria guidati da Lino Balza di
“Medicina democratica” si stanno battendo per evitare che l’installazione di Bosco Marengo (combustibili nucleari) diventi un deposito autorizzato di scorie radioattive.
Irrisolta anche la questione dei finanziamenti. «L’Agenzia dovrebbe avere un centinaio di dipendenti ma non una lira in più delle risorse già esistenti», spiega Rizzo. «Un emendamento alla finanziaria che le destinava 3 milioni di euro è stato bocciato in extremis dal Tesoro. E non si sa nemmeno dove avrà sede». Il ligure Scajola preme per Genova, mentre il suo collega Renato Brunetta punta su Venezia.
Sulla partita incombono ovviamente le elezioni regionali del marzo 2010. «Una scadenza troppo importante per non far scivolare a una data successiva la presentazione dei decreti del governo, prevista entro il 15 febbraio», sostiene Rizzo. Se ne parlerà magari in aprile, se non a maggio, con più tempo quindi per affrontare il problema delle scorie. «Se la prima centrale dovrebbe essere fatta al Nord, sembra garantito che il deposito delle scorie sarà al Sud», scrive il “Corriere”. Sperando ovviamente che non si ripeta la rivolta già andata in scena a Scanzano Jonico (info: www.corriere.it).
