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Bocca: dai fascisti al Sultano, il presente che fa paura

Scritto il 22/1/10 • nella Categoria: Recensioni • Condividi su Facebook

Nell’anno del suo novantesimo anno, Giorgio Bocca si volta e lancia uno sguardo alle spalle. Viene in mente la prima pagina del quotidiano “Il Giorno” del 12 aprile 1961: «Mi volto, e vedo Eichmann», uno dei più semplici e più efficaci «attacchi» mai pubblicati su un giornale. Anche oggi, quando si volta, vede il Male. Sono i mali del nostro Paese. Li elenca nell’indice del suo nuovo libro, in uscita il 27 gennaio (”Annus Horribilis”), I fascisti al governo, La marea nazista, La dittatura morbida, Il tiranno che vuole essere amato, Il sultano, Il populista, Papi, La grande crisi, Criminalità globale, Tramonto dell’operaismo, Le nuove guerre, Sulla modernità.

Il Vecchio Leone spara su tutto e su tutti, com’è abituato a fare da quando ha cominciato a scrivere una sessantina d’anni fa. Non si nasconde dietro la Giorgio Boccafama del suo presente: «In gioventù, quando ero nel Guf, gruppo universitario fascista, fui comandato dal “federale” di Cuneo a partecipare a un dibattito sulla dottrina fascista, di cui avevo un’ignoranza totale, e pensai di cavarmela tacendo, ma ascoltando gli altri capii che nessuno ne aveva la minima idea: ripetevano luoghi comuni anticomunisti e antiliberali, il dispregio per la democrazia, s’ingarbugliavano nel tentativo di spiegare il mistero delle corporazioni, regolatrici, non si capiva come, della lotta di classe, e tutti, da buoni cattolici, sorvolavano sul tema del razzismo, che era il vero cemento ideologico del nazismo, e che noi avevamo ridotto alla condanna del deicidio».

Che il fascismo fosse la miglior scuola di antifascismo, Bocca, lo capì quel giorno. E capì anche un’altra cosa: «In gioventù, quando ero forte e presuntuoso, elaborai una teoria rarissimamente vincente e spessissimo micidiale. Dissi e scrissi che per fare carriera, per salire nella scala del potere era necessario contraddire il padrone, se si voleva restare uomini di verità. Ma è un gioco alla roulette russa».

Sarà fortuna o perché conosce la tecnica del gioco, fatto sta che finora a Bocca gli è andata bene. Non si è mai piantato una pallottola in testa. Ma ne ha sparato molte. E ne spara anche oggi: «Sono anni ormai che ci chiediamo se il fascismo ritornerà, ma tranquilli amici, un po’ è già tornato; non il fascismo del ventennio, ma quello di sempre, autobiografia della nazione, frutto spontaneo del nostro autoritarismo anarcoide, del nostro piacere di servire, della retorica patriottarda».

Bocca si guarda alle spalle, disegna un presente, intravede un futuro: «La formazione in atto del nuovo regime la capisci dall’astio, dalla voglia di diffamazione, dal desiderio incontenibile di mettere a tacere chi si oppone al nuovo ordine. Nel rinnovato ma eterno fascismo c’è anche il disprezzo per la ragione di chi urla più forte, la cagnara che imperversa ogni sera nei dibattiti televisivi dove i sostenitori del sultano si piazzano nelle prime file e su istruzioni del padrone urlano come cagnacci rabbiosi, impediscono agli altri di parlare. E riconosci i favoriti del sultano che con le loro voci riescono a coprire anche un rombo di cannone».

(Francesco Cevasco, “Giorgio Bocca: dai fascisti al sultano, ecco il presente che fa paura”, pubblicato sul “Corriere della Sera” il 21 gennaio 2010. Il Libro: Giorgio Bocca, “Annus Horribilis”, Feltrinelli, 158 pagine, 15 euro).

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Tag: autoritarismo, Berlusconi, Corriere della Sera, criminalità, crisi, economia, fascismo, Feltrinelli, Francesco Cevasco, Giorgio Bocca, guerra, media, modernità, populismo, razzismo

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