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Maledizione siberiana: Lilin attaccato al Chiambretti show

Scritto il 27/1/10 • nella Categoria: LIBRE friends • Condividi

Maledizione siberiana. Ovvero: il prezzo (tutto italiano) del successo. Protagonista: Nicolai Lilin, 29 anni, narratore per vocazione e scrittore per l’Einaudi, che ha rapidamente sfondato il tetto delle 50.000 copie vendute con l’opera prima, “Educazione siberiana”, romanzo autobiografico sulla pericolosa adolescenza vissuta nel ghetto criminale di Bender, in Transnistria, al crepuscolo dell’Urss, tra carcere minorile, baby-gang e sbirri del Kgb. Successo fulminante, anche grazie alla generosa presentazione di Roberto Saviano su “Repubblica”, tanto benevola da irritare i detrattori di Saviano e fabbricare per Lilin l’assurda etichetta di “Saviano siberiano”. O peggio: a seconda del tipo di antagonista mediatico, il giovane autore di origine russa s’è sentito dare, indifferentemente, del criminale incallito o, a scelta, del fantasioso inventore di storie fasulle, generate da un luogo geografico e sociale in realtà mai esistito.

Dimostrando di saper accettare la sfida, Nicolai Lilin ha affrontato il 26 gennaio anche l’autoironica gogna televisiva della “Chiambretti Night”, per Nico Chiambretti 1la regia del Pierino nazionale, dove – tanto per cambiare – lo scrittore s’è dovuto innanzitutto difendere e spiegare. «Io non sono mai stato un criminale, criminali sono quelli che in Italia compiono atti illegali per soldi. La comunità dove sono cresciuto io, e che nel libro rappresento come una comunità che all’epoca era ancora forte, era fondata su valori del passato, che ho in parte vissuto e in parte ereditato dai racconti dei miei nonni». Valori forti: no all’usura, no allo stupro, sì all’omicidio se giustificato? «La nostra era una comunità che faceva resistenza politica: non ci piacevano i comunisti».

In giacca di velluto, camicia e gilé – in omaggio ai tanti amici della Sardegna, regione che lo ha quasi “adottato”, in una sorta di gemellaggio comunitario fra Transnistria e Barbagia – Lilin ha affrontato il “processo” televisivo di Chiambretti, rispondendo alla pubblica accusa affidata al giornalista Emilio Bianchi, letteralmente scatenato. Il redattore di Mediaset ha accusato Lilin di scarsa serietà (in confronto a Mario Rigoni Stern e Nuto Revelli, autori di libri memorialistici), definendo poco credibile il legame con la Siberia da parte di una comunità dislocata fra Ucraina e Moldavia, nel profondo Sud. Una “contestazione” surreale, visto lo spazio che nel libro è Nico Chiambretti 3dedicato alla descrizione della (storica) deportazione dei siberiani nel sud dell’impero sovietico.

Nei panni di pubblico ministero (televisivo), Bianchi ha dato a Lilin dello “sbudellatore”, chiedendosi come sia possibile che lo Stato italiano gli conceda il porto d’armi. Risposta: «Lo Stato italiano non è fatto da tre bambocci, se hanno dato il porto d’armi a me avranno le loro ragioni, per esempio è improbabile che lo diano a lei». Chiambretti ha provato ad allentare la tensione: «Qualcosa non va?». «Sì, tutta questa luce. Mi sento come in un ufficio del Kgb». Ok, si cambia pagina: in omaggio a Lilin, che è anche tatuatore, ecco l’annuncio di un frammento cinematografico. «Non sarà mica il film di Cronenberg, vero?». Ebbene sì, proprio quello: “La promessa dell’assassino”, dedicato ai (presunti) riti della “mafia russa”. «Dunque?». «E’ come Topolino!», protesta Lilin. «Ok, chiudiamo», si arrende il Piero.

Il giorno dopo, dalla pagina Facebook dello scrittore affiora un certo scoramento: «Non vedo l’ora di uscire di scena, di non far più parlare di me», dichiara Lilin, reduce dal «circo bulgaro» della trasmissione di Mediaset. «Non sono un personaggio, soprattutto non sono un personaggio televisivo. Ogni volta che incontro giornalisti o vado in televisione, mi vergogno di essere lì. Mi sento umiliato e strumentalizzato ogni volta che mi chiamano “criminale”, “assassino”», uno che avrebbe addirittura “sbudellato” persone. «Non capisco come un giornalista che si crede professionista si permetta un’offesa simile, di basso livello. Penso a mia Nico Chiambretti 4moglie, agli amici, a mia figlia: lei deve crescere, e andrà all’asilo con l’ombra del padre “sbudellatore”?».

«Tra l’altro – aggiunge Lilin – il giornalista che ha chiamato “bluff” il mio libro non lo ha nemmeno letto, lo si capiva benissimo dal tipo di domande. Mi spiace anche per la volontà di colpire Roberto Saviano, per la benevolenza mostrata nei miei confronti». Molti si stupiscono della violenza presente nel libro? «Non so più come spiegare che, nonostante tutto, rappresenta una variante molto alleggerita di una realtà ben più dura e violenta».

“Educazione siberiana” resta un romanzo: la sua esplicita, cruda verità autobiografica è la cifra esatta del suo successo, in un contesto nel quale – accanto alle avventure (purtroppo autentiche) del protagonista, lo scrittore sintetizza uno scenario narrativo epico, decantando materiale proveniente dalle fonti orali dell’infanzia: i nonni, gli anziani, la memoria della cultura siberiana sradicata dal comunismo sovietico.

«Sono andato da Chiambretti sapendo con chiarezza come sarebbe andata a finire», ammette Lilin. «Ho accettato l’invito a questa trasmissione solo perché mi pagavano: mi servono soldi da investire in progetti culturali con l’associazione “Libre” di Torino. Quindi sono sereno, ho ottenuto quello che volevo». Concedersi ai media? «Un patto col diavolo», dice Nicolai, che però non dimentica l’estrema correttezza di alcune interviste, come quella con Rsi, la televisione svizzera italiana, o con Tiziana Ferrario del Tg1 o Giuseppe Ciulla per “Il grande gioco”, RaiDue. A breve, Lilin sarà comuque ospite di Luca Barbareschi su La7, il venerdì in prima serata. Anche se, nel clima del dopo-Chiambretti, prevale la sfiducia nei confronti dei giornalisti: «Spero che mia figlia potrà vivere in un mondo migliore, nel quale non dovrà fare patti col diavolo» (info: www.nicolaililin.com).

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Tag: armi, Chiambretti Night, cinema, comunismo, criminali, David Cronenberg, Educazione Siberiana, Einaudi, Emilio Bianchi, Kgb, La7, Luca Barbareschi, mafia, media, Mediaset, Nicolai Lilin, Piero Chiambretti, Roberto Saviano, Rsi, Siberia, tatuaggio, Tg1, Tiziana Ferrario, Transnistria, Urss

6 Commenti

  1. paolo bianchi
    29 gennaio 2010 • 02:52

    Cari amici,
    Innanzitutto non mi chiamo Emilio, ma Paolo: Emilio Rivolta è il personaggio del mio ultimo libro. L’altra sera non ho citato Nuto Revelli, ma Primo Levi (c’è una bella differenza): Se ho dato dello “sbudellatore” a Lilin è solo perché, avendo letto il suo libro, venduto come autobiografico, ci ho trovato delle scene in cui lui accoltella con violenza i suoi avversari. Se non è vero, allora il libro non è autobiografico. Tertium non datur. Lui, oltretutto, era lì, pagato, per farsi pubblicità. Io ero lì gratis a fare il mio lavoro, che non è quello di pubblico ministero, ma di giornalista. Lilin dovrebbe forse comportarsi in modo meno strafottente. In una democrazia, alla quale lui evidentemente non è abituato, si accetta civilmente il contraddittorio. Quanto alla sua dichiarata volontà di uscire di scena, scommettiamo che non avverrà?
    Un saluto.

    Replica
  2. Enrico
    29 gennaio 2010 • 12:59

    Caro Paolo,

    tu quoque. Il tuo direttore distrugge la vita di colleghi (vedi Boffo) e dopo che la frittata è fatta ammette candidamente che si trattava di una bufala.
    Ti ricordi chi è il tuo editore e datore di lavoro?
    Devo aggiungere altro?
    Ma cosa avrai mai da dire su libro di Lilin?

    Buon lavoro (come direbbe il tuo capo).
    Ciao Paolo, ciao…

    Replica
  3. paolo bianchi
    25 febbraio 2010 • 18:07

    Caro Enrico,

    Il mio direttore non è mio, né io sono suo, visto che sono un libero professionista e dunque non a libro paga del “Giornale” (per il quale però, è vero, ho scritto più di 1.200 articoli). Il mio editore è lo stesso di Lilin. Anzi, se proprio vogliamo dirla tutta, il mio editore è Paolo Berlusconi, quello di Lilin (Einaudi) è Silvio.
    Sul libro dico quello che ho già scritto: non può essere venduto come un’autobiografia. E’ un discreto romanzo. Probabilmente ha subìto un massiccio editing perché Nicolai, per quanto padroneggi bene la lingua italiana, possiede ancora una scrittura molto rigida e imprecisa. Meglio sarebbe stato, penso io, che l’avesse scritto in russo e affidato a un buon traduttore.
    Comunque di libri ne scrivo e ne pubblico e ne vendo anch’io, da molti anni. Un po’ ne capisco. Va’ a vedere il mio curriculum, lo trovi sul mio sito.
    Ciao Enrico.

    Replica
    • alex
      19 giugno 2010 • 16:21

      Secondo me bianchi non credo si possa permettere di giudicare le vicende di un uomo, soprattutto se è vero il fatto che non abbia nemmeno letto il libro, e poi come citato da Lilin è facile pensare che tutto sia inventato e non corrispondente a verità quando a dirlo ci troviamo in un posto caldo e al sicuro, ma cosa possiamo saperne noi di cosa significhi in realtà la lotta alla sopravvivenza alla quale ci sottopone una dura realtà di vita.
      Basti guardare le torture di Guantanamo, oppure le tante altre crude realtà del turismo sessuale e possiamo subito renderci conto che forse tuttosommato quello che racconta Nicolai non è tanto distante o diverso dalle altre orrende notizie che proprio voi giornalisti trattate.
      Inoltre credo di poter portare diretta testimonianza di alcune realtà effettivamente dure essendo proveniente da una zona remota della Romania.
      Spero che qualcuno possa rispondere presto magari anche Bianchi!

      Replica
  4. Serena
    10 marzo 2010 • 22:27

    A Paolo Bianchi

    Un po’ ne capisco. [...]

    un po’ si scrive con l’apostrofo non con l’accento visto che è la contrazione di poco.

    la lingua italiana …..

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