Migranti, emergenza sicurezza? Difendersi dagli italiani
Sono considerati criminali e ritenuti un pericolo. Nonostante le ossessive campagne xenofobe contro i migranti, i media non si occupano delle loro condizioni, specie di quelli che lavorano nell’edilizia e nell’agricoltura, tra sfruttamento, violenza e omicidi. I migranti che provengono dall’Est sono spesso poco visibili, in particolare le donne che lavorano come domestiche o badanti. Per non parlare degli africani, che vivono e lavorano in condizioni a volte peggiori rispetto a quelle lasciate nel loro continente. Nel Sud oppresso da arcaismi e violenza, molti di loro sono stati barbaramente uccisi. Viene dunque da lontano la rabbia esplosa nei giorni scorsi a Rosarno.
“Terrelibere”, il network indipendente che vigila sullo sfruttamento selvaggio dei migranti nel Sud dominato dalle mafie, pubblica un dossier dal titolo
“L’emergenza sicurezza? Proteggersi dagli italiani”, mettendo a fuoco soprattutto la drammatica situazione di due regioni, Calabria e Sicilia. Prime vittime, le donne dell’Est: «Vengono dal cuore dell’Europa, in particolare tra i paesi comunitari di ultima generazione. Arrivano e spesso ciò che le attende è una cultura nella quale la donna è ancora vittima di pregiudizi. Le straniere sono considerate cittadine di second’ordine, disposte a vivere e lavorare in qualsiasi condizione».
Nella Calabria con oltre 50.000 immigrati, spadroneggia la ‘ndrangheta: «Storie di violenza che riguardano soprattutto le donne, che sfociano talvolta in omicidi, in altri casi in violenze nascoste». Teatro perfetto di questo inferno mediterraneo, la Piana di Gioia Tauro e gli aranceti di Rosarno, teatro dell’ultima rivolta dei lavoratori africani. Proprio lì, una ragazza rumena di 17 anni, Cornelia Doana, fu uccisa a colpi di pistola il 31 dicembre 2007 per aver osato lasciare il convivente italiano, «un uomo violento e inaffidabile». Prima dell’esecuzione, anche una scarica di pallettoni contro la casa dei genitori di Cornelia.
«La violenza diffusa può trasformare in tragedia anche la lite più banale», racconta “Terrelibere”, citando la tragica fine di un giovane albanese di 22 anni, Lulzim Hoxhaj, freddato a Reggio Calabria a colpi di pistola dal gestore di un locale, irritato dal ragazzo che, insieme a due amici (ubriachi) era restio ad andarsene al momento della chiusura. «I casi più numerosi sono quelli che riguardano le badanti», racconta il dossier del newsmagazine indipendente: «Il 7 ottobre 2008 Olesia Ciobanu, moldava, 30 anni, è uccisa con due coltellate alla
gola e gettata in mare. Sarà ritrovata su una spiaggia di Bovalino, sulla costa jonica reggina. Era arrivata in Italia da appena un mese».
Qualche giorno dopo, un pensionato di 88 anni uccide la sua badante, Eluta Ilaf, rumena, 44 anni, con un colpo di fucile. Misterioso il movente: secondo l’anziano, stava semplicemente pulendo l’arma. E’ stato lui stesso a chiamare i carabinieri, che arrivano in un anonimo appartamento e ritrovano la donna in una pozza di sangue. «Una brava persona, un uomo d’altri tempi», testimonieranno i vicini di casa. L’8 febbraio 2009, informati da una telefonata anonima, i carabinieri trovano nella Locride i corpi senza vita di un pensionato calabrese e della sua giovane convivente rumena: non si sa neppure se si sia trattato di un agguato o di un omicidio-suicidio. E il 27 aprile un’ucraina di 35 anni, dopo aver accompagnato il figlio a scuola, resta uccisa a fucilate in uno scontro a fuoco tra clan rivali dell’ndrangheta.
Quello del lavoro agricolo, di tipo schiavistico, è un autentico buco nero. Anche qui, “Terrelibere” riporta una esemplare sequenza di morte. Il 6 gennaio 2007 Ovidiu Candrea, rumeno, 30 anni, muore tra i campi di broccoli nei pressi di Tropea, colpito da killer decisi a punire il suo titolare italiano, vero destinatario dei proiettili. E l’8 agosto 2008, vicino a Sibari, un imprenditore calabrese uccide
un marocchino di 37 anni, Hajjaj Kabli, fratello della sua convivente. La piana di Sibari è uno dei luoghi privilegiati del lavoro agricolo nella regione e proprio nel lavoro stagionale si concentrano le storie più gravi di violenza e sfruttamento.
Il caso più noto è quello di Rosarno, dove già il 12 dicembre 2008 due ivoriani vennero feriti a colpi di pistola davanti alla ex Cartiera, una fabbrica abbandonata che durante l’inverno ospita dal 1992 – in condizioni disumane – centinaia di africani impegnati nella raccolta delle arance. L’ennesimo, gravissimo, episodio di violenza contro lavoratori migranti, già sfruttati ed umiliati sui campi della Piana. Ma quella volta gli “invisibili” trovarono il coraggio della rivolta nelle strade del paese, a poche settimane dagli analoghi fatti di Castel Volturno. Il caso degli africani di Rosarno, aggiunge “Terrelibere”, è stato raccontato dai media nazionali ed internazionali (Bbc, Al Jazeera, The Guardian, France Presse), ma «incredibilmente la politica locale e nazionale non interveniva seriamente, né veniva posta la questione paradossale della clandestinità imposta per legge».
Il dossier mette a fuoco la piaga della tratta degli schiavi, gestita anch’essa dalla ‘ndrangheta prima dell’allargamento ad Est dell’Unione Europea: uomini avviati al lavoro irregolare nell’agricoltura, con compensi irrisori, e donne relegate all’impiego domestico o alla prostituzione, dopo esser state attirate in Italia da
falsi annunci, dalla cameriera alla segretaria. Aperte le frontiere con la Romania, la musica non è cambiata: il 14 settembre 2008 viene scoperto in un torrente in cadavere carbonizzato di una ragazza rumena freddata a colpi di pistola.
Numeri agghiaccianti, quelli forniti dall’inchiesta “Spartacus”: 32 province coinvolte, 1.311 denunce e 784 arresti per tratta di esseri umani, riduzione in schiavitù, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e sfruttamento finalizzato alla prostituzione. Giovani ragazze straniere, che avrebbero avuto diritto ad un permesso soggiorno per protezione sociale, venivano vendute nel loro paese, costrette a prostituirsi, violentate e minacciate. Nel 2007 la Calabria è stata anche scenario di traffici finalizzati ad estorsione: migranti sequestrati dopo lo sbarco a Lampedusa e rilasciati dopo il pagamento di un riscatto. Una trentina i trafficanti di uomini fermati dalla polizia.
Condizioni di degrado, scarse opportunità lavorative, incertezza dei loro già pochi diritti: pagamenti ritardati o negati, aggressioni gratuite, rapine. Perché allora gli immigrati affollano la Calabria? “Terrelibere”, nel dossier al quale ha collaborato Anna Foti, ipotizza diverse motivazioni: la prossimità coi litorali degli sbarchi e la presenza di opportunità di lavoro stagionale, unica possibilità che resta agli irregolari, penalizzati dalla legge.
Dalla Sicilia, ed in particolare da Lampedusa, i migranti sono spesso trasportati con un ponte aereo al centro di Crotone, che non di rado si è trovato in condizioni di sovraffollamento. Negli anni passati, il centro calabrese è diventato famoso in mezza Africa per la propria “permeabilità”, cioè la facilità con cui si poteva uscire. Tra dubbi giuridici (non è mai stato un centro di detenzione) e polemiche sulle
condizioni di vita all’interno, intorno ad esso sono stati organizzati piccoli e grandi traffici. Al centro di Crotone, dunque, si deve buona parte della presenza africana in Calabria.
«I lavoratori stranieri che vivono nel Meridione, e talvolta in condizioni peggiori rispetto a quelle di partenza, sono dunque marginalizzati dalla burocrazia, dal mercato del lavoro, da leggi razziste, dalla violenza e dalla tendenza degli italiani alla sopraffazione, allo sfruttamento, alla negazione dei diritti di chi si trova in condizione di bisogno», conclude “Terrelibere”. «Un impedimento burocratico, un contratto di lavoro che scade, una fabbrica che chiude, un diniego alla richiesta di asilo politico può trasformare un migrante regolare in quello che i telegiornali chiamano con disprezzo “clandestino”, facendo intendere che alla base vi sia una scelta consapevole quando non una inclinazione a delinquere».
In realtà, sono proprio le difficoltà burocratiche a concentrare tanti migranti al Sud, vissuto come un ripiego dopo il tentativo (fallito) di trovare lavoro regolare al Nord. Nel Meridione i migranti immaginano di trovare uno Stato meno pressante, un ambiente meno rigido e ostile. «La necessità spinge invece i lavoratori stranieri in uno stato di lavoro servile, sottoposti a violenze e ricatti». Il primo problema, sottolinea “Terrelibere”, è l’innata propensione al lavoro nero
e allo sfruttamento della classe imprenditoriale del Sud. A questo si aggiungono la violenza mafiosa e il dominio dei cartelli criminali.
«Impressionante l’elenco delle donne uccise in Calabria negli ultimi mesi, completamente ignorato dai media». Quando il killer non è la ‘ndrangheta, a spargere sangue provvedono “valori” arcaici come “onore” e “rispetto”. Le prime vittime sono le donne, dalle quali non si tollera un rifiuto: «La donna è una proprietà, un “bene disponibile” in particolare se si tratta di una domestica straniera». Non per niente, gli antropologi statunitensi Jeffrey Cole e Sally Booth definiscono “dirty works” sia il lavoro domestico che l’agricoltura stagionale nel Sud Italia. Un dramma sommerso, che solo la coraggiosa rivolta degli africani di Rosarno ha ora riportato all’attenzione dei media (info: www.terrelibere.it).
