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Etiopia, il business italiano delle maxi-dighe difettose

Scritto il 04/2/10 • nella Categoria: segnalazioni • Condividi su Facebook

Gioiello idroelettrico made in Italy, è crollato a due settimane esatte dall’inaugurazione, avvenuta il 13 gennaio alla presenza del ministro degli esteri Franco Frattini. Si tratta del Gilgel Gibe II, il tunnel di 26 chilometri costruito per generare energia sfruttando la differenza di altitudine fra il bacino della Gilgel Gibe I e il fiume Gibe. Il cuore naturale  dell’Etiopia, lungo la valle del fiume Omo, è un paradiso che sta per sparire, ingoiato da grandi interessi: dietro a questo misero flop, infatti, c’è un intreccio di business a nove cifre, sostenuto negli ultimi 15 anni da Etiopia, Italia ed Europa.

Il bacino dell’Omo, scrive Stella Spinelli su “PeaceReporter”, è oggetto di «morbosa attenzione», che si traduce in maxi-progetti: l’impianto Gibe 1idroelettrico «dai piedi d’argilla», appena crollato, nonché una diga a cui il tunnel si collegava e la terza opera in arrivo, il più grande progetto idroelettrico mai realizzato nel paese africano, già in via di costruzione.

A inaugurare il business energetico, la diga Gilgel Gibe I, che prende il nome dal fiume che, confluendo nel Gibe, dà vita con il Gojeb all’Omo, corso d’acqua che per 600 chilometri irriga una regione dalla biodiversità eccezionale, dichiarata dall’Unesco “patrimonio dell’umanità”. Dopo la seconda diga, la gigantesca Gilgel Gibe III (240 metri di salto, 1870 megawatt di potenza) costerà 1,4 miliardi di euro.

«Se per la prima costruzione a farne le spese sono state diecimila persone, sfollate a forza – scrive la Spinelli – per il progetto da mille e una notte a rimetterci saranno in duecentomila. Con conseguenze facilmente prevedibili, viste le condizioni di vita che già stanno sopportando i primi sfollati». La denuncia è firmata dai responsabili della Campagna per la riforma della Banca Mondiale, costola di “Mani Tese”, che monitora l’intervento europeo in Africa attraverso il sostegno finanziario del credito internazionale e della cooperazione, anche italiana. Un report drammatico: comunità impoverite, famiglie deportate in aree semi-paludose, perdita del bestiame, conflitto per i pascoli, assenza di servizi primari.

«Nonostante le abitazioni siano sovrastate dai cavi dell’alta tensione, non hanno luce né acqua corrente», raccontano gli osservatori internazionali. Il bacino ha inondato l’unica strada che collegava il capoluogo regionale Jimma alla capitale, isolando i villaggi. Incombenti le malattie, come malaria e Hiv: «La presenza di migliaia di lavoratori provenienti da tutto il Gibe 2Paese ha aumentato la prostituzione e, dato che la popolazione non è stata sottoposta ai controlli sanitari periodici previsti nelle misure di mitigazione, il virus si è diffuso a dismisura».

Ingenti inoltre i danni ambientali. «La diga non rilascia il flusso minimo previsto per garantire la sopravvivenza dell’ecosistema. Si passa dall’assenza di ogni rilascio durante la stagione secca, al riempimento fino al limite eseguito durante la stagione delle piogge per sfruttarne al massimo la potenza, per poi procedere con rilasci di emergenza a protezione dell’infrastruttura. Si tratta di una gestione irresponsabile – accusa “Mani Tese” – che provoca scompensi, molto pericolosi. Nell’estate del 2006, nei distretti di Dashenech e Nyangatom, lungo il fiume Omo, un’alluvione ha provocato la morte di 364 persone, la distruzione di 15 villaggi e 15.000 profughi».

A rendere tutto ancora più grave, aggiunge Stella Spinelli, c’è la discutibilità dei metodi usati per ottenere i permessi necessari. Per la diga Gilgel Gibe III, l’ok è arrivato nel 2008, coi cantieri già aperti, a cura della Salini Costruttori Spa, unica impresa attiva nella valle etiope, «grazie a gare d’appalto mai avvenute». L’Italia, scrive “PeaceReporter”, è coinvolta nel business idroelettrico etiope anche per i 220 milioni di euro che la direzione generale della cooperazione allo sviluppo del ministero degli esteri ha versato per la realizzazione dell’impianto appena franato Gilgel Gibe II. Crollo a parte, Caterina Amicucci della Campagna per la riforma Gibe 3della Banca Mondiale parla di «dubbie commistioni» e «assenza di studi adeguati», con conseguente «rilevante aumento dei costi».

Il più grande credito d’aiuto mai erogato nella storia del fondo rotativo, afferma “PeaceReporter” è stato deciso nel 2004 malgrado le valutazioni fortemente negative dei ministeri e degli organi competenti: valutazioni scavalcate dalla concessione del credito, avvenuta comunque «a contratto già firmato tra la Salini e il governo etiope, contravvenendo a tutti gli standard nazionali e internazionali sulla trasparenza e la concorrenza».

L’Italia ha discusso la cancellazione dei 332,35 milioni di euro di debito dell’Etiopia, tre mesi dopo averla reindebitata di una cifra di poco inferiore: quei 220 milioni stanziati per Gilgel Gibe II. E’ intervenuta con 50 milioni anche la Banca europea degli investimenti, malgrado l’apertura (senza gare) dei cantieri, «aggirando le direttive europee» in materia di trasparenza e scoraggiando, a quel punto, l’impegno della Banca Mondiale. Anche per la diga numero III, continua “PeaceReporter”, l’Etiopia si è rivolta all’Italia, chiedendo altri 250 milioni di euro, fidando nella «costante e capillare azione» della lobby dei costruttori (info: www.peacereporter.net).

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Tag: Africa, ambiente, Banca Mondiale, business, Caterina Amicucci, cooperazione, devastazione, diritti, energia, Etiopia, fiume Omo, Franco Frattini, Gilgel Gibe, grandi opere, Hiv, Italia, Mani Tese, natura, Peacereporter, profughi, Stella Spinelli, Unesco

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