Etiopia, il business italiano delle maxi-dighe difettose
Gioiello idroelettrico made in Italy, è crollato a due settimane esatte dall’inaugurazione, avvenuta il 13 gennaio alla presenza del ministro degli esteri Franco Frattini. Si tratta del Gilgel Gibe II, il tunnel di 26 chilometri costruito per generare energia sfruttando la differenza di altitudine fra il bacino della Gilgel Gibe I e il fiume Gibe. Il cuore naturale dell’Etiopia, lungo la valle del fiume Omo, è un paradiso che sta per sparire, ingoiato da grandi interessi: dietro a questo misero flop, infatti, c’è un intreccio di business a nove cifre, sostenuto negli ultimi 15 anni da Etiopia, Italia ed Europa.
Il bacino dell’Omo, scrive Stella Spinelli su “PeaceReporter”, è oggetto di «morbosa attenzione», che si traduce in maxi-progetti: l’impianto
idroelettrico «dai piedi d’argilla», appena crollato, nonché una diga a cui il tunnel si collegava e la terza opera in arrivo, il più grande progetto idroelettrico mai realizzato nel paese africano, già in via di costruzione.
A inaugurare il business energetico, la diga Gilgel Gibe I, che prende il nome dal fiume che, confluendo nel Gibe, dà vita con il Gojeb all’Omo, corso d’acqua che per 600 chilometri irriga una regione dalla biodiversità eccezionale, dichiarata dall’Unesco “patrimonio dell’umanità”. Dopo la seconda diga, la gigantesca Gilgel Gibe III (240 metri di salto, 1870 megawatt di potenza) costerà 1,4 miliardi di euro.
«Se per la prima costruzione a farne le spese sono state diecimila persone, sfollate a forza – scrive la Spinelli – per il progetto da mille e una notte a rimetterci saranno in duecentomila. Con conseguenze facilmente prevedibili, viste le condizioni di vita che già stanno sopportando i primi sfollati». La denuncia è firmata dai responsabili della Campagna per la riforma della Banca Mondiale, costola di “Mani Tese”, che monitora l’intervento europeo in Africa attraverso il sostegno finanziario del credito internazionale e della cooperazione, anche italiana. Un report drammatico: comunità impoverite, famiglie deportate in aree semi-paludose, perdita del bestiame, conflitto per i pascoli, assenza di servizi primari.
«Nonostante le abitazioni siano sovrastate dai cavi dell’alta tensione, non hanno luce né acqua corrente», raccontano gli osservatori internazionali. Il bacino ha inondato l’unica strada che collegava il capoluogo regionale Jimma alla capitale, isolando i villaggi. Incombenti le malattie, come malaria e Hiv: «La presenza di migliaia di lavoratori provenienti da tutto il
Paese ha aumentato la prostituzione e, dato che la popolazione non è stata sottoposta ai controlli sanitari periodici previsti nelle misure di mitigazione, il virus si è diffuso a dismisura».
Ingenti inoltre i danni ambientali. «La diga non rilascia il flusso minimo previsto per garantire la sopravvivenza dell’ecosistema. Si passa dall’assenza di ogni rilascio durante la stagione secca, al riempimento fino al limite eseguito durante la stagione delle piogge per sfruttarne al massimo la potenza, per poi procedere con rilasci di emergenza a protezione dell’infrastruttura. Si tratta di una gestione irresponsabile – accusa “Mani Tese” – che provoca scompensi, molto pericolosi. Nell’estate del 2006, nei distretti di Dashenech e Nyangatom, lungo il fiume Omo, un’alluvione ha provocato la morte di 364 persone, la distruzione di 15 villaggi e 15.000 profughi».
A rendere tutto ancora più grave, aggiunge Stella Spinelli, c’è la discutibilità dei metodi usati per ottenere i permessi necessari. Per la diga Gilgel Gibe III, l’ok è arrivato nel 2008, coi cantieri già aperti, a cura della Salini Costruttori Spa, unica impresa attiva nella valle etiope, «grazie a gare d’appalto mai avvenute». L’Italia, scrive “PeaceReporter”, è coinvolta nel business idroelettrico etiope anche per i 220 milioni di euro che la direzione generale della cooperazione allo sviluppo del ministero degli esteri ha versato per la realizzazione dell’impianto appena franato Gilgel Gibe II. Crollo a parte, Caterina Amicucci della Campagna per la riforma
della Banca Mondiale parla di «dubbie commistioni» e «assenza di studi adeguati», con conseguente «rilevante aumento dei costi».
Il più grande credito d’aiuto mai erogato nella storia del fondo rotativo, afferma “PeaceReporter” è stato deciso nel 2004 malgrado le valutazioni fortemente negative dei ministeri e degli organi competenti: valutazioni scavalcate dalla concessione del credito, avvenuta comunque «a contratto già firmato tra la Salini e il governo etiope, contravvenendo a tutti gli standard nazionali e internazionali sulla trasparenza e la concorrenza».
L’Italia ha discusso la cancellazione dei 332,35 milioni di euro di debito dell’Etiopia, tre mesi dopo averla reindebitata di una cifra di poco inferiore: quei 220 milioni stanziati per Gilgel Gibe II. E’ intervenuta con 50 milioni anche la Banca europea degli investimenti, malgrado l’apertura (senza gare) dei cantieri, «aggirando le direttive europee» in materia di trasparenza e scoraggiando, a quel punto, l’impegno della Banca Mondiale. Anche per la diga numero III, continua “PeaceReporter”, l’Etiopia si è rivolta all’Italia, chiedendo altri 250 milioni di euro, fidando nella «costante e capillare azione» della lobby dei costruttori (info: www.peacereporter.net).

Petrolio, la sinistra e il business inglese delle maxi piattaforme difettose!
Affondamento della piattaforma Bp nel Golfo del Messico: la macchia nera si sposta verso le coste della Louisiana
26 aprile 2010 10 commenti
Louisiana Oil Rig Explosion
Più che di un timore si tratta ormai di una certezza l’incendio e poi il crollo della piattaforma petrolifera della Bp, 70 chilometri al largo delle coste della Louisiana, nel Golfo del Messico, sta causando un disastro ambientale . Ogni giorno fuoriescono circa 1.000 barili di greggio e le operazioni per tentare di bloccare le perdite sono state interrotte dal maltempo. La macchia nera potrebbe raggiungere le spiagge e la regione paludosa della Louisiana causando un disastro ecologico senza precedenti: secondo la Guardia Costiera dovrebbe però, grazie alle condizioni meoteomarine, rimanere ad una trentina di miglia dalle le coste “per almeno altre 72 ore”.
Il servizio della tv americana MSNBC
Le foto dell\’incidente
Le ricerche degli undici operai dispersi dopo l’esplosione della piattaforma Deep Water Horizon si sono concluse sabato. In tutto erano 126 le persone presenti sulla piattaforma al momento dell’esplosione. I feriti sono 17 di cui quattro in gravi condizioni. La piattaforma estraeva 8.000 barili di greggio al giorno, circa 90.000 litri.
La BP, inizialmente ottimista sulle possibilità di evitare il disastro, ha assicurato di fare il possibile per bloccare la fuoriuscita di greggio dalle valvole e dalle tubature, un compito che si sta rivelando “estremamente complicato” e “potrebbe non riuscire”, come ha detto il responsabile delle perforazioni della Bp, Doug Suttles. “Stiamo attaccando queste fuoriuscite su due fronti”, ha spiegato Tony Hayward, amministratore delegato di British petroleum. “Stiamo lavorando alla fonte (la piattaforma, ndr) e sulla superficie marina. La squadra ha tutto dispone di tutto il sostegno e di tutte le risorse del gruppo”, ha aggiunto. Ma le operazioni non sono semplici. Bp ha fatto sapere che la perdita si registra in due diverse falle a cinquemila metri di profondita’ sull’impianto di risalita che collega la bocca del pozzo alla piattaforma affondata. Non solo: il capo delle operazioni, Doug Suttles, ha ammesso che ci vorranno dai due ai tre mesi per fermare la fuoriuscita di greggio
Durante la notte la macchia si è allargata del 50% e ora copre un’area di oltre 1.500 chilometri quadrati, anche se secondo gli esperti si tratta perlopiù di un sottile velo di greggio sulla superficie. La Deepwater Horizon è affondata giovedì scorso, due giorni dopo una violenta esplosione costata la vita a 11 operai. La Bp ha reso noto che quattro robot sottomarini sono stati dispiegati per impedire che l’incidente si trasformi in un disastro ambientale.
Doug Suttles, capo delle operazioni, ha detto durante una conferenza stampa a New Orleans che un’apparecchiatura sistemata sull’imboccatura del pozzo per contenere le perdite si è rivelata in efficace e ha avvertito che ci vorranno dai due ai tre mesi per fermare la fuoriuscita. “Non è stato mai fatto prima” ha detto, “ma abbiamo al lavoro gli esperti più preparati”. Quello che la compagnia sta cercando di fare, ha sintetizzato l’ingegnere meccanico Richard Metcalf, “è di mettere un tappo di sughero a una bottiglia di champagne”.
La Guardia Costiera, che sorvola l’area del disastro, parla di “una perdita molto seria”, anche se per adesso non è minacciata la costa della Louisiana dove la chiazza di greggio potrebbe danneggiare il fragile ecosistema delle paludi. L’incidente di martedì scorso sarebbe stato causato da un tubo di trivellazione che ha innescato un’esplosione che ha sviluppato un incendio di vaste proporzioni. I resti della piattaforma si trovano a 80 km dalla costa della Louisiana. Sul caso giovedì scorso era intervenuto anche il presidente Barack Obama che aveva detto che il governo degli Stati Uniti considera “una priorità” la risposta ad un’eventuale catastrofe ecologica.
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GREENPEACE: SERVIRANNO MESI PER QUANTIFICARE IL DISASTRO
“Serviranno mesi per capire l’entita’ del disastro”. Questo il giudizio di Greenpeace sull’incidente della piattaforma petrolifera della Bp al largo delle coste del Messico. Per Alessandro Gianni’, direttore delle Campagne di Greenpeace, “il disastro della Deepwater Horizon ha smascherato i rischi che corrono anche i mari italiani – in particolare Adriatico e Canale di Sicilia -oggetto sempre piu’ spesso di permessi di ricerca off-shore”. Questo perche’ nel golfo del Messico “il sistema di blocco automatico, che avrebbe dovuto arrestare il flusso in caso di incidente, non ha funzionato”, denuncia l’ambientalista. “Il Governo continua a rilasciare autorizzazioni a valanga, soprattutto in Adriatico e, da ultimo, anche al largo delle isole Tremiti, ma ormai e’ tempo di dedicarsi davvero alle energie rinnovabili e all’efficienza energetica”, aggiunge Gianni’. In questo modo, sostiene, “invece di uccidere i lavoratori, potremmo creare migliaia di posti di lavoro e raggiungere una maggiore indipendenza energetica”. Intanto al largo della Louisiana “il maltempo tiene per ora il petrolio lontano dalle coste”, sottolinea l’ambientalista. Ma, avverte, il petrolio in queste condizioni si emulsiona con l’acqua e “le operazioni di recupero saranno praticamente impossibili”. Il tutto a scapito dell’ambiente marino: come ricorda, “in questo periodo nel golfo del Messico e’ in corso la stagione riproduttiva del tonno rosso e sta cominciando quella di quattro specie di tartarughe marine”. Inoltre, “nell’area sono presenti sei specie di balene e la fascia costiera ospita circa oltre due milioni di ettari di paludi”.
“Potrebbe essere _ avverte Alessandro Giannì _ un disastro superiore anche a quello della Haven, la petroliera con bandiera cipriota affondata nel 1991 al largo di Genova e che segna ancora il nefasto record degli sversamenti del Mediterraneo”. Per l’ambientalista, per evitare il ripetersi di disastri ambientali ed ecologici, “l’unica soluzione e’ smetterla con le esplorazioni off-shore e avviare una decisa rivoluzione energetica”, cosi’ da “poterci liberare dalla schiavitu’ del petrolio e dai pericoli del trasporto degli idrocarburi”, conclude Gianni’.