Nicolai Lilin da Barbareschi: mai detto di essere un criminale
Scritto il 07/2/10 • nella Categoria: LIBRE friends • Condividi su Facebook
«Non sono mai stato un criminale, non sono (più) un cecchino e non mi ritengo neppure uno scrittore: scrittori sono Tolstoj, Dostoevskij, Cechov, Bulgakov, Primo Levi». Così Nicolai Lilin in prima serata il 5 febbraio negli studi de La7, sotto i riflettori del rutilante circo televisivo di Luca Barbareschi, ha avuto modo di chiarire una volta per tutte la sua identità: «un ragazzo di 29 anni», reduce da un’adolescenza pericolosa vissuta in un ambiente dominato dalla criminalità sovietica, in Transnistria, e poi finito a fare la guerra in Cecenia. Ora è uno scrittore diretto e spontaneo, inevitabilmente autobiografico.
«Ho avuto fortuna e, non so come mai, sono riuscito a scrivere questo libro, “Educazione siberiana”, uscito con Einaudi quasi un anno fa.
All’Einaudi hanno fatto questa pazzia, ci hanno investito e, alla fine, tutti dicono che sono uno scrittore». Uno scrittore, dice Barbareschi, di cui si racconta che vada in giro con la pistola e dorma con il kalashnikov sotto il letto. Vero? «E’ per motivi di sicurezza». Ha ricevuto minacce, è sottoposto a un programma di protezione. Ma non era un criminale?
«In realtà – precisa Nicolai – io non ho mai detto di essere un criminale: nel mio libro ho raccontato della società di anziani con cui ho vissuto, i quali si definivano “criminali onesti”. Io non mi sono mai definito così. Quello è un timbrino che mi hanno messo gli altri, perché o non hanno letto il mio libro, o l’hanno fatto malamente, o hanno sentito qualcosa su di me dai media, e fine. Io non sono un criminale. E spero di essere una persona onesta».
Il “Barbareschi Sciock”, semiserio fin che si vuole ma politicamente corretto, è servito anche a replicare alla serataccia da Chiabretti, dove Lilin
si è sentito dare dello “sbudellatore” e anche del bugiardo («E’ stato divertente, ma in alcune parti mi hanno tagliato»). «La cosa che colpisce, di Nicolai – interviene in sua difesa un ospite speciale di Barbareschi, Massimo Fini – è che lui ha 29 anni e che ha una vita straordinaria alle spalle», roba da far impallidire tanti “bamboccioni” italiani – che poi magari, «per noia, sparano a caso dalle finestre dell’università», chiosa Barbareschi, alludendo alla tragedia costata la vita a Marta Russo.
«Ma il cecchino l’hai fatto sì o no?», insiste lo showman. «Sì, certo: in guerra». Cecchino: brutto ruolo. «Uno che se ne sta da solo, in cima a un campanile, a prendere la mira». Risate: «Mi sa che, come cecchino, in guerra dureresti cinque minuti». E come funziona, allora? «Non ho voglia di parlarne, troppi brutti ricordi. E poi basterà leggere il mio prossimo libro, che esce tra poco». Ululati tra il pubblico. Barbareschi: «Certo che tu, come marketing, non sei male». E Lilin: non sono io che non voglio parlarne, è una scelta dell’editore. Ok, meglio passare al tatuaggio (un cuore e una chiave) inciso con bacchette “siberiane” sul braccio di Maria, giovane fan del tatuatore-scrittore più famoso d’Italia.
