Paura: perché la crisi greca può far crollare l’Europa
L’Euro continua a indebolirsi sul mercato dei cambi e il 14 maggio, per la prima volta dal marzo del 2009, è calato sotto quota 1,25 dollari. Una tendenza che risente anche delle misure eccezionali di stabilizzazione dei mercati messe in campo dalla Bce per arginare la crisi della Grecia. Il presidente dell’euro-banca, Jean-Claude Trichet, annuncia interventi correttivi per evitare che alcune misure, come gli acquisti di titoli di Stato, possano dare origine e affetti distorsivi sulla politica monetaria, mentre la Deutsche Bank esprime dubbi sulla capacità della Grecia di onorare i debiti contratti.
«Mi permetto di dubitare che la Grecia abbia la capacità, nel tempo, di fare un tale atto di forza», ha detto il numero uno della banca tedesca, Josef
Ackermann, aggiungendo tuttavia che Atene deve essere stabilizzata perchè un «collasso» avrebbe «sicuramente» effetti disastrosi per altri Paesi e potrebbe causare «un meltdown» dell’eurozona. E’ cruciale evitare una ristrutturazione del debito greco per le possibili conseguenze sulle banche che oggi, dice Ackermann, «sono in gran parte passate sotto il controllo pubblico». Ackermann si mostra più fiducioso su Italia e Spagna, «sufficientemente forti per non avere problemi sul fronte del debito».
Una sintesi della crisi greca la forniscono, in termini perfettamente comprensibili, i giovani economisti italiani che curano il blog “Quattro gatti” (www.quattrogatti.info). La Grecia, spiegano, è finita ko a causa del debito fiscale: spese superiori alle entrate. Un buco che ora è stimato addirittura al 135% del prodotto interno lordo. Entro il 19 maggio, Atene deve pagare 8,5 miliardi di euro per onorare una parte del suo debito; non potrebbe riuscirci, senza il piano di aiuti dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale, 110 miliardi in tre anni al tasso del 5% annuo.
In cambio, la Grecia si impegna a ridurre il deficit fiscale al 3% del Pil entro il 2014. Come? Tagliando la spesa pubblica: stipendi ridotti del 30%, tagli alle ferie, pensioni congelate ed età pensionabile innalzata di due anni, aumento dell’Iva e delle accise su benzina, alcol e sigarette, ma anche nuove tasse sugli immobili e restrizioni su scuola e sanità. Una stangata sociale senza precedenti, che sta trascinando il paese sull’orlo della rivolta contro il governo che deve praticare l’austerità, dopo aver denunciato gli sprechi del
precedente esecutivo, che ha accumulato debiti prendendo in prestito soldi sui mercati finanziari attraverso la vendita dei titoli di Stato, equivalenti ai nostri Bot o Cct: i risparmi dei lavoratori.
Vedendo che il debito aumentava senza che crescesse l’economia, gli investitori finanziari (banche e assicurazioni) hanno iniziato a temere che la Grecia avesse difficoltà ad onorare i suoi debiti: di fronte al rischio di insolvenza, hanno iniziato a pretendere tassi di interesse sempre più alti per comprare i titoli di Stato greci, contribuendo così ad aggravare ulteriormente il deficit di Atene, costretta ad attingere al mercato finanziario internazionale a tassi sempre più onerosi. E’ stato il New York Times a smascherare la voragine: la Grecia aveva truccato i propri conti pubblici con l’aiuto delle banche d’affari Goldman Sachs e JP Morgan, sopravvalutando i futuri proventi di lotterie, tasse aeroportuali e autostradali.
Dichiarare lo stato di insolvenza e ristrutturare il debito è una delle opzioni, ma preclude per lungo tempo l’accesso ai mercati finanziari. Alla Grecia per ora conviene accettare il piano internazionale di aiuti, ma alcuni economisti ritengono inevitabile il “default” greco: gli aiuti servirebbero solo a prendere tempo, consentendo alle banche europee di evitare di farsi travolgere dall’eventuale collasso di Atene.
Se la Grecia fallisse, i primi ad essere colpiti sarebbero i possessori di titoli di Stato greci e dei prodotti finanziari derivati, gestiti da banche europee: gli istituti di credito francesi sono esposti al crack greco per 53 miliardi di euro, quelli tedeschi per 32, insieme a grandi gruppi assicurativi come Fortis e
Allianz. Le perdite potrebbero minare la stabilità del sistema finanziario e richiederebbero un intervento dei governi per ricapitalizzare gli istituti colpiti.
Il rischio maggiore è quello di un contagio che metta in pericolo l’esistenza stessa dell’Euro e l’integrazione europea in generale. Il timore è che dopo la Grecia ci sia un effetto a catena in cui entrano in crisi paesi come il Portogallo, la Spagna, l’Irlanda e l’Italia, con elevato deficit ed economie stagnanti. Se i mercati dovessero temere che, ad esempio, il Portogallo possa seguire la Grecia, inzierebbero a imporre tassi di interesse più alti, mettendo così anche il Portogallo nelle condizioni di non poter più pagare i suoi debiti, e quindi anche salari e pensioni. E’ la profezia che si auto-avvera: la crisi si materalizza sotto la spinta della paura.
Di fronte al contagio, la stessa Unione Europea sarebbe a rischio: se infatti riesce a salvare Grecia e Portogallo, con deficit che ammontano al 3,5 e all’1,3% del Pil europeo, non sarebbe possibile salvare paesi grandi come la Spagna o l’Italia, i cui debiti rappresentano il 26% del Pil dell’area dell’Euro. Di fronte al peggio, poche soluzioni: la Bce potrebbe monetizzare il debito, cioè stampare Euro per ricomprare il debito dei paesi coinvolti, svalutando la moneta e innescando spirali inflazionistiche che metterebbero in crisi le economie europee e indurrebbero i paesi più forti a chiedere l’espulsione dall’Unione dei membri più deboli. Altra ipotesi: i paesi contagiati potrebbero ristrutturare il debito, spingendo anche in questo caso i paesi forti verso un’unione monetaria separata.
Proprio per scongiurare questo rischio, con l’aiuto del Fondo monetario internazionale, l’Europa ha creato un fondo di stabilità da 720 miliardi: la più grande operazione finanziaria nella storia dell’Euro, per aiutare i paesi in difficoltà e sostenere la moneta sui mercati valutari. Se il tampone sembra
per ora funzionare, alla distanza si teme che l’economia europea colpita dalla crisi non riesca a risollevarsi: solo una robusta inversione economica allontanerebbe i fantasmi della recessione.
Per contro, l’Italia non sembra correre veri pericoli: è vero che ha un debito pubblico paragonabile a quello della Grecia, ma il deficit italiano è contenuto rispetto alla media dell’area Euro (nel 2009, il 5,3% del Pil). Infine, la maggior parte del debito pubblico italiano è domestico: parte di quello che lo Stato spende per il debito torna indietro sotto forma di tasse; questo contribuisce a creare una dinamica del debito pubblico migliore rispetto a quella della Grecia. Inoltre l’Italia ha una capacità di reperire fondi dall’estero grazie alle esportazioni ben superiore alla Grecia: l’export italiano è pari al 23,4% del Pil, mentre quello greco supera di poco il 7%.
La Germania, concludono nella loro analisi i giovani economisti italiani, è stata a lungo restia ad intervenire in favore della Grecia per motivi politici: 6 tedeschi su 10, secondo i sondaggi, erano contrari all’intervento e avrebbero preferito che quei soldi fossero stati spesi per fronteggiare la crescente disoccupazione, visto che anche la Germania è in difficoltà. Tuttavia, Berlino ha sicuramente sottovalutato la portata della crisi, ritardando di diversi mesi il varo del piano speciale di aiuti per la Grecia.
