Più spese militari, la Nato spreme Europa e Grecia
La crisi del debito pubblico strangola le nostre economie, costringendo tutti i governi a imporre drastici tagli alla spesa pubblica. Stipendi e pensioni, sanità e istruzione: la parola d’ordine dell’Unione Europea e del Fondo monetario internazionale è “risparmiare su tutto”. O quasi: c’è infatti una voce di costo che sembra immune alle nuove misure di austerity: le spese militari. Su queste, anzi, i governi vengono addirittura sollecitati a investire di più, nonostante la crisi. Persino la Grecia, supportata da Ue e Fmi per evitare il collasso, con tagli selvaggi alla spesa sociale per restituire il maxi-prestito, è stata invitata a spendere di più per gli armamenti.
Ne parla espressamente Enrico Piovesana su “PeaceReporter”, citando il «perentorio invito» arrivato dai vertici Nato, il cui segretario generale,
Anders Fogh Rasmussen, ha presentato con enfasi a Bruxelles il nuovo “Concetto strategico”, documento in cui l’alleanza atlantica ridefinisce ruoli e priorità. Redatto dal “gruppo di esperti” presieduto dall’ex segretario di Stato Usa, Madeleine Albright, e all’ex amministratore delegato della compagnia petrolifera Shell, Jeroen van der Veer, il testo (che sarà adottato a novembre) preannuncia compiti estesi e complessi e raccomanda un maggiore impegno economico dei partner europei, finora contenutisi nella spesa militare: solo 6 dei 27 alleati spendono in armamenti il 2% del loro Pil, limitando la media europea per le spese militari all’1,7% del Pil.
Nonostante le grandi sfide economiche che gravano sui singoli Stati, ha detto Ramsussen, è preoccupante il crescente divario nella spesa militare tra Europa e Stati Uniti: gli Usa infatti spendono per le armi quasi il 4,7% del loro Pil. Rasmussen ha incontrato molti capi di governo europei, costretti a ridurre i propri budget destinati alla difesa: «Tagli troppo pesanti mettono a rischio la sicurezza futura e potrebbero anche avere implicazioni economiche negative», sostiene il segretario Nato, che rilancia la necessità di incrementare la spesa militare persino di fronte al disastro finanziario
della crisi greca, anche se Atene spende in difesa più di qualsiasi altra nazione europea (il 3,2% del suo Pil).
Il ministro della difesa greco, Panos Beglitis, ha annunciato la necessità di un modesto ridimensionamento del budget (da 6,8 a 6 miliardi, arrivando quindi al 2,8 per cento del Pil). Ma, «invece di ricevere il plauso internazionale, come accaduto per l’annuncio della manovra “lacrime e sangue” imposta al popolo greco – rileva Piovesana – ad Atene sono arrivate le proteste dei governi francese e tedesco: Parigi pretende che la Grecia confermi l’acquisto di sei navi da guerra della Dcns (al costo di 2,5 miliardi) e Berlino che Atene compri altri due sottomarini della Thyssen-Krupp (150 milioni)».
Per mettere al riparo l’economia italiana dalla crisi del debito, aggiunge “PeaceReporter”, il governo Berlusconi sta approntando una manovra biennale da 25 miliardi di euro, che prevederà dolorosi tagli alla spesa sociale. Il nostro Paese spende in armi e in guerre 23 miliardi ogni anno, ovvero circa l’1,5% del Pil. «Qualcuno – scrive Piovesana – potrebbe proporre di prendere da qui un po’ dei soldi che servono (rivedendo magari il faraonico programma di acquisto di 131 cacciabombardieri F-35), ma si scontrerebbe con le raccomandazioni della Nato, che come abbiamo visto guarda con disprezzo ai Paesi che spendono in difesa meno del 2 per cento del Pil. E i nostri governanti, si sa, con certa gente non vogliono fare brutta figura» (info: www.peacereporter.net).
