Germania, annuncio-choc: il petrolio sta per finire
Il petrolio sta finendo. Lo rivela il rapporto riservato di un centro studi strategico, collegato alle forze armate tedesche. La relazione risale a luglio, ma è trapelata solo ora grazie al settimanale “Der Spiegel”. Secondo i tedeschi, il temutissimo spettro del “picco del petrolio”, inzialmente atteso per il 2030, sarebbe invece già stato raggiunto: se così fosse, la produzione mondiale di oro nero non potrebbe più crescere e si appresterebbe a crollare rapidamente. Si annuncia un disastro senza precedenti, un’inarrestabile catena di tragedie economiche, politiche, sociali e ambientali. La progressiva riduzione delle scorte aprirebbe uno scenario da incubo, che potrebbe concretizzarsi nello spazio di una generazione.
Il Future Analysis Department del Bundeswehr Transformation Center, autore del dossier di portata potenzialmente esplosiva, è un think tank
direttamente collegato alla struttura militare di Berlino. Il ministro della difesa tedesco, scrive “Il Fatto Quotidiano”, non ha voluto rilasciare alcun commento, ma fonti interne al dicastero hanno confermato l’autenticità del documento. Alla base della ricerca, l’ipotesi tutt’altro che teorica del cosiddetto “picco di Hubbert”, ovvero il più noto incubo legato al ciclo petrolifero: il momento, temutissimo, in cui la produzione di oro nero raggiungerà il suo livello massimo iniziando, di conseguenza, a diminuire inesorabilmente fino al definitivo esaurimento della risorsa che da 150 anni è il motore dello sviluppo planetario.
Già negli anni ’50, il geofisico americano Marion King Hubbert allarmò i petrolieri annunciando che negli Usa il picco sarebbe stato raggiunto già negli anni Settanta. Lo presero per pazzo, emarginandolo, proprio mentre gli Stati Uniti erano il maggiore esportatore mondiale di oro nero, risorsa-chiave su cui si consolidò lo strapotere del dollaro come moneta leader. Quando negli anni ’70 l’effettivo esaurimento dei giacimenti americani dimostrò che Hubbert aveva ragione, la superpotenza pensò a colonizzare il Golfo Persico per procacciarsi le maggiori riserve, fino alle guerre degli
ultimi anni, cercando al tempo stesso rifornimenti in aree sicure: Golfo del Messico, Alaska e Mare del Nord.
Tuttavia, ricorda Eugenio Benetazzo sul newsmagazine “Il Consapevole”, se in passato l’improvviso rialzo dei prezzi era dovuto a crisi politiche – come la guerra del Kippur nel 1973 con l’embargo anti-occidentale decretato dai paesi arabi sconfitti da Israele, o la rivoluzione khomeinista che nel 1979 rovesciò lo Scià, il dittatore insediato in Iran con l’aiuto della Cia – ora invece si moltiplicano segnali di allarme senza che vi siano “guerre del petrolio” in corso: «Dal 2000 ad oggi qualcosa sembra essere accaduto, perché senza crash o embarghi petroliferi, il prezzo del greggio ha iniziato a salire lentamente e progressivamente, sino ad arrivare agli 80 dollari nell’estate 2006».
Opec a parte, nessuno ha osato mettere in dubbio l’ineluttabilità del fenomeno: «Prima o poi accadrà». Già, ma quando? Claudio Bertoli, del Cnr, aveva previsto il collasso energetico planetario per il 2065, preceduto dal “picco del petrolio” nel 2030. Dal 2001, la massima autorità scientifica in materia è l’Aspo, associazione di studi sul picco del petrolio fondata da Colin Campbell. Già un anno fa, dalle colonne del “Sole 24 Ore”, il vicepresidente di Aspo Italia, Luca Pardi, svelava: «Il picco del petrolio estratto dai giacimenti in attività è già stato raggiunto». Per avere il picco globale, aggiungeva Pardi, bisogna attendere risposte dai nuovi giacimenti, come
quello del Golfo del Messico – poi al centro della drammatica esplosione della piattaforma Bp.
Nessuna illusione: per rinviare al 2030 il picco globale, diceva Pardi già l’anno scorso, sarebbe necessario attingere a nuove risorse, il cui sviluppo richiederebbe però ingenti investimenti, qualcosa come 26.000 miliardi. Cifre «fuori dalla portata di qualsiasi compagnia petrolifera pubblica o privata». La produzione globale già nel 2009 era ferma a 83-85 milioni di barili al giorno: il medesimo livello del 2004. Il picco? Verosimile pensare al 2010, profetizzava Pardi, ridimensionando le speranze della Bp per il Golfo del Messico, dove la compagnia aveva annunciato un giacimento da 3-6 miliardi di barili. «Non è poco», concedeva Pardi, «ma nel mondo ne vengono consumati 30 miliardi l’anno. Siamo a un decimo. I giacimenti scoperti negli anni Sessanta, come quello di Ghawar, contenevano 170 miliardi di barili. Dall’inizio degli anni Ottanta consumiamo più di quanto troviamo».
Ora, le notizie provenienti dalla Germania potrebbero far precipitare la situazione: secondo gli analisti tedeschi, come rileva “Il Fatto Quotidiano”, il picco sarebbe stato raggiunto proprio quest’anno e le sue conseguenze sarebbero destinate a materializzarsi tra il 2025 e il 2040. «Per capire quanto grave possa essere l’impatto del fenomeno – scrive Matteo Cavallito sul “Fatto” – basta concentrarsi su una singola cifra. Il 95% della produzione industriale, ricorda il rapporto, dipende in qualche modo dall’oro nero, autentico fattore primario della globalizzazione e dello stile di vita delle
società avanzate. Da qui l’inevitabile collasso generale connesso al suo esaurimento».
Tra i primi effetti del calo della disponibilità di oro nero, nota la relazione tedesca, vi sarebbe l’aumento del potere politico e diplomatico delle nazioni produttrici. Un accrescimento che obbligherebbe l’Occidente a modificare le proprie relazioni con la Russia e il Medio Oriente, convergendo sempre di più verso la necessaria realpolitik, tralasciando questioni come il rispetto dei diritti umani. Si profila un orizzonte cupo: secondo il Bundeswehr, non mancherebbero una rinnovata volatilità dei prezzi, l’aumento dei conflitti, una crescente dipendenza dal nucleare e un’impennata nei costi di trasporto che penalizzerebbe soprattutto i Paesi più poveri, dipendenti largamente dalle importazioni soprattutto nel comparto alimentare.
«L’elenco degli affamati, in altri termini, si allungherebbe ancora, alla faccia degli “obiettivi del millennio”, e la prevista corsa ai biocarburanti come alternativa al petrolio non potrebbe far altro che aggravare la situazione». Secondo il dossier tedesco, dobbiamo aspettarci la distruzione del commercio internazionale, il dissesto valutario, un collasso finanziario globale. Il rapporto, avverte Cavallito, non rappresenterebbe un’opinione
isolata: già ad agosto, il quotidiano britannico “Guardian” ha rivelato l’esistenza di documenti riservati prodotti dal Department of Energy and Climate Change (Decc) del Regno Unito su richiesta del governo di Londra.
L’apertura di una discussione circa il futuro dell’oro nero, che coinvolgerebbe anche la Banca d’Inghilterra e il Ministero della Difesa, secondo Cavallito «dimostrerebbe l’esistenza di una crescente preoccupazione da parte dell’esecutivo di Sua Maestà e dello stesso apparato industriale del Paese». Sul “Sole 24 Ore”, è datata 2009 la “profezia” di Luca Pardi: «Io credo che ci sarà un cambio di paradigma. La crescita economica continua ed infinita finirà. Non si tornerà alla stessa abbondanza. Gli ecosistemi terrestri non possono reggere questi ritmi, lo sviluppo ha dei limiti. Dovremo abituarci».

Il petrolio sta per finire..allora che si punti tutto sul solare ma NO alle centrali nucleari ! Ogni tetto parete o auto può essere coperto da pannelli tegole recinzioni etc. solari..chi non adopera tutta l’energia solare può venderla ad altri..il solare va unito all’eolico a maree..ed altre fonti naturali e facendo auto e macchinari non mangiatori di energia si può fare ! Il nucleare come accaduto per Chernobyl ed ora attualmente in Giappone è solo sinonimo di morte!
Morando Sergio