Sepùlveda: Cile ipocrita, pensi alla sicurezza dei minatori
«Quando ci colpisce un temporale o ci scuote un terremoto, quando il Cile non può più essere sicuro delle sue mappe, dico infuriato: viva il Cile, merda!». Cita queste parole del poeta Fernando Alegrìa lo scrittore Luìs Sepùlveda, per spiegare che il suo «è un paese che cresce nelle tragedie», salutando la liberazione dei 33 “mineros” estratti in salvo tutti quanti, dopo settanta giorni, dalla miniera San José nel deserto di Atacama. Autore di un intervento per il quotidiano “La Repubblica”, Sepulveda critica il trionfalismo del governo cileno: è il primo responsabile, accusa lo scrittore, del dramma che ha imprigionato in fondo al pozzo i minatori, costretti a lavorare senza le necessarie condizioni di sicurezza.
«Quando è uscito il primo – scrive Sepùlveda – il presidente Piñera ha ringraziato Dio e la nomenclatura per ordine di importanza negli incarichi,
ma ha dimenticato di ringraziare i minatori della Pennsylvania, che avendo sperimentato una tragedia simile si sono fatti solidali con i loro lontani colleghi di Atacama e hanno messo a disposizione le conoscenze tecniche – la cultura mineraria – e parte dei macchinari che hanno reso possibile il salvataggio». Mentre i soccorritori estraevano il secondo minatore, Piñera «non ha resistito alla tentazione di un’altra conferenza stampa “in situ”, il cui unico tratto rilevante è stata una vacillante dichiarazione d’intenti a favore della sicurezza sul lavoro dei minatori».
«Nella sua evidente goffaggine – continua su “Repubblica” lo scrittore – Piñera non dice che proprio la destra cilena ha incarnato la più feroce opposizione a un regolamento sulla sicurezza del lavoro, sostenendo che i controlli sono sinonimo di burocrazia e attentano alla libertà di mercato». Durante il suo show, «carico di gesti religiosi», il presidente «ha omesso qualsiasi riferimento alla triste situazione degli altri duecento e passa minatori della stessa impresa, che lavoravano nella stessa miniera e che da agosto non ricevono il loro salario». Emozionante veder tornare alla luce i sepolti vivi, ma «ancor più emozionante», dice Sepùlveda, è vedere che quegli uomini «continuano a essere dei minatori» e quindi hanno
annunciato che daranno vita a una fondazione che si preoccupi di tutti i lavoratori colpiti dal crollo della miniera.
Prima i compagni di lavoro, dunque, nonostante il circo mediatico che ha trasformato i prigionieri in star, coprendoli di regali e promesse, vacanze in Grecia, iPhone di ultima generazione, viaggi in Spagna per assistere a una partita del Real Madrid o in Inghilterra per applaudire il Manchester United, e perfino diecimila dollari per ciascun “prigioniero”, offerti da un imprenditore cileno che, secondo Sepùlveda, aspira a diventare presidente del Paese. «Tirarli fuori da lì è stata una prodezza», conclude lo scrittore, elogiando «tutti quelli che hanno sudato finché non ce l’hanno fatta». Ma la maggior prodezza, aggiunge Sepùlveda, «sarà ottenere che in Cile si rispettino le norme di sicurezza sul lavoro perché non accada mai più che 33 minatori scompaiano nelle viscere della terra» (info: www.repubblica.it).
