Missili su Gheddafi, la guerra in Libia ora divide l’Italia
Diluvio di missili cruise lanciati dalle navi americane insieme a raid aerei, prima francesi e poi anche inglesi, per annientare la capacità aeronautica di Gheddafi e imporre la “no-fly zone” invocata dagli insorti e dalla Lega Araba. L’attacco autorizzato dall’Onu è scattato alle 17.45 del 19 marzo, per fermare il massiccio bombardamento su Bengasi ordinato dal raìs in violazione del cessate il fuoco. Attacco accolto con sollievo dai ribelli e dal mondo arabo, che dall’Egitto alla Tunisia sta aiutando materialmente la popolazione e la resistenza libica contro il dittatore. Ma la “partecipazione attiva” dell’Italia, che schiera una squadra navale, 7 basi operative e decine di caccia pronti al decollo, divide il paese: il ministro Bossi protesta, minacciando di spaccare il governo.
«Da Napoleone in poi, certi democratici li conosciamo bene», commenta sarcastico il leader leghista da Erba, denunciando l’attacco militare alla
Libia: i patti non erano questi, si rammarica Bossi, sostenendo che il governo Berlusconi aveva garantito un profilo molto più basso nella crisi libica, evitando cioè la partecipazione militare diretta. Per Bossi, la presenza italiana nell’operazione “Odissea all’alba” coordinata per ora dagli Usa si rivelerà un disastro: americani, francesi e inglesi «si prenderanno il petrolio libico», mentre l’Italia «sarà invasa da milioni di profughi». Secondo Antonio Di Pietro, che si è invece schierato a favore della missione Onu dopo l’iniziale contrarietà, quella di Bossi è solo una presa di posizione «di pancia, destinata all’elettorato». Per il presidente Napolitano, il soccorso agli insorti libici è una scelta «dura, ma necessaria», per l’evoluzione democratica del mondo arabo.
Se in Italia la maggior parte della stampa vede con favore l’intervento armato contro Gheddafi – certo tardivo, ma probabilmente decisivo – non manca chi esprime la più ferma condanna per quella che ritiene un’ingerenza neo-coloniale che punta al controllo dell’area petrolifera, con l’alibi della tutela dei diritti umani calpestati dal Colonnello, l’ex grande amico dell’Italia. “Megachip”, l’osservatorio sulla comunicazione fondato da Giulietto Chiesa, rappresenta una solida trincea per chi non accetta l’intervento armato, sia pure condotto sotto l’egida delle Nazioni Unite. Lo stesso Chiesa critica il presidente francese Sarkozy, il primo ad annunciare l’attacco, scatenato dai
caccia Rafale dell’aviazione parigina: «Ha dichiarato la guerra, il piccolo capo francese: voleva entrare nella storia, come ha lasciato capire, e ha deciso di farlo mettendosi l’elmetto».
Un «perfetto discorso in stile sovietico», quello di Sarkozy: per Chiesa, ricorda esattamente lo stile retorico dell’Urss, quello che il Cremlino usava per promettere “aiuto fraterno” ai paesi che stava per invadere, o “indistruttibile amicizia” tra popoli che si sarebbero «sbranati tra loro». Secondo Giulietto Chiesa, «la Libia, ex paese sovrano, diventerà una pompa di benzina per le grandi compagnie petrolifere occidentali: il picco del petrolio è stato già superato da tempo, ma con questi chiari di luna giapponesi, con il nucleare che va a farsi benedire, bisogna pur mettere qualche cosa nel serbatoio, finché si può. L’unica incognita – aggiunge Chiesa – è cosa ne penseranno di queste nuove bombe, e missili, e navi, e aerei, che l’Occidente manda per illuminare il loro cammino, i giovani con meno di trent’anni che stanno dando vita alla più grande sollevazione popolare della storia araba di tutti i tempi».
L’attacco alla sovranità della Libia, scrive il direttore di “Megachip”, Pino Cabras, «coincide con la fine della sovranità italiana», che almeno – ai tempi di Andreotti – era sì limitata, ma capace di proporre una sua politica mediterranea, di cui oggi non c’è più traccia: il celebrato trattato Italo-Libico seguirà la sorte di Gheddafi, senza finora uno straccio di commento ufficiale da parte del governo. Per Cabras, nell’intervento militare in Libia prevale il cinismo della realpolitik: «Escludiamo i motivi umanitari. Nicolas Sarkozy solo pochi mesi fa offriva aiuti militari a Ben Alì per soffocare nel sangue l’inizio della rivolta tunisina. David Cameron e Barack Obama non
hanno mica bombardato i carri armati del re del Bahrein, che invece continua a sparare sulla gente che protesta, mentre l’Onu dorme».
Zapatero e Berlusconi, continua Cabras, non hanno offerto le loro basi per imporre un’urgente “no-fly zone” sopra il cielo di Gaza mentre Israele «bruciava la popolazione civile con il fosforo bianco». E nessuno convoca il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite «per ordinare lo stop ai droni di Obama che un giorno sì e l’altro pure fanno strage fra i civili in Pakistan». L’attacco in corso, osserva sempre su “Megachip” Piero Pagliani, rappresenta il “piano-B” dell’Occidente dopo la sconfitta militare degli insorti, nonostante l’assistenza fornita e gli armamenti provenienti dall’Egitto. Non è servita, aggiunge Pagliani, neppure la prudenza del Pentagono e dei militari russi, che hanno smentito che ci fossero prove di bombardamenti sui civili o di “fosse comuni”.
«Se dieci anni fa le guerre di Bush facevano scendere in piazza milioni di persone per protesta, oggi le “guerre umanitarie” hanno fatto proseliti in ogni coscienza», continua Pagliani, convinto che i sommovimenti nel Maghreb facciano parte di un piano per ridefinire le aree di influenza in Africa, il “continente dimenticato”, dove la Cina conquista posizioni comprando materie prime mentre l’Occidente impoverito dalla crisi ricorre alle armi perché teme di perdere il controllo sugli enormi giacimenti del tesoro africano: cobalto, uranio, cromo, manganese, platino, petrolio e altre ricchezze naturali. «Gli Usa lo sanno da tempo: il controllo sul Medio Oriente si deve accompagnare con quello dell’Africa Orientale». Per questo, una
“lezione” a Gheddafi – possibilmente rapida e terribile – suonerebbe come un avvertimento per il tutta l’area.
Un intervento comunque tardivo, quello occidentale autorizzato dall’Onu: «Hanno permesso a Gheddafi di fare il lavoro sporco, sono intervenuti solo alla fine per poterlo isolare e meglio controllare la regione e soprattutto porre fine a tutti i processi rivoluzionari», sostiene Piero Maestri di “Sinistra Critica”, intervistato da “Il Fatto Quotidiano” nella manifestazione indetta a Milano il 19 marzo contro l’intervento in Libia. Tra i manifestanti anche Abdel Hamid Shaari, l’imam della moschea milanese di viale Jenner, non contrario alla missione anti-Gheddafi: «Grazie per il sostegno al popolo libico. E’ arrivato in ritardo? Comunque, meglio tardi che mai». La pensa così anche Ibrahim Kilani, egiziano, redattore di “Aljarida”: «Sì, bisognava intervenire prima: la gente piangeva, dicono che la repressione di Gheddafi in oltre un mese abbia fatto migliaia di morti».
«Da est a ovest del paese ci sono stati rastrellamenti sistematici casa per casa», racconta un profugo libico a Eleonora Bianchini del “Fatto”. «Hanno preso tanti giovani: molti sono spariti, i corpi occultati». Gheddafi? «Un pazzo visionario, un megalomane che vuole spargere sangue per entrare nella storia», dice “Omar”, professionista libico fuggito in Egitto: «Troppo comodo se muore, va catturato e processato». Pesa ancora l’orrore della sanguinosa repressione, quella che ha convinto l’Onu a intervenire: Gheddafi, che ha definito i suoi concittadini «topi, ratti da stanare», ha fatto ampio uso di mercenari provenienti da Niger, Ciad, Algeria, Mauritania,
Gabon e Ghana, addestrati a sparare ad altezza d’uomo. «Erano pronti da dieci anni a intervenire, dice il profugo intervistato dal “Fatto”.
Sempre sul giornale di Travaglio, il direttore di “Micromega” Paolo Flores D’Arcais sintetizza la posizione di chi approva la “guerra giusta” contro Gheddafi, sia pure come ultima spiaggia dopo il colpevole silenzio dell’Occidente: «Alla notizia della risoluzione dell’Onu, Bengasi assediata e in preda all’angoscia è esplosa di gioia: sarebbe davvero assurdo che l’opinione pubblica democratica condannasse ora gli interventi aerei che alla popolazione martoriata suonano come disperata speranza». Flores D’Arcais rispetta il nobile «pacifismo “di principio”», ma lo considera inadeguato alla crisi libica: non si tratta di “esportare la democrazia”, ma di non rinunciare a proteggere «la democrazia già esistente dove è minacciata o di sostenere una rivolta che provi ad instaurarla».
In Libia «abbiamo una dittatura di mostruosa ferocia, contro cui si è sollevata gran parte della popolazione, nel clima di rivolte che da un paio di mesi stanno aprendo a prospettive di democrazia inaspettate l’intera Africa del nord». Proprio perché i governi occidentali «hanno colpe tremende, per i decenni delle sanguinarie dittature che i popoli tunisino, egiziano, libico hanno dovuto subire», secondo Flores D’Arcais in Libia è necessario intervenire perché Gheddafi non lascia alternative: certo, «sarebbe bastato riconoscere subito come governo legittimo» quello di Bengasi, ma si è troppo esitato. E ora, di fronte all’ultima sanguinosa controffensiva del Colonnello, il ricorso alla forza è l’unica soluzione per fermare la strage, pensando al dopo: «Si impegnino i democratici europei a stringere rapporti con le forze laiche e riformatrici dell’Africa mediterranea, ponendo fine ad un colpevole e spocchioso disinteresse, perché alla caduta dei Mubarak, Ben Ali e Gheddafi non seguano altre dittature, a cui gli establishment d’Occidente non farebbero mancare i brindisi».

- Tripoli, bel suol d’amore! -
Come al solito, vi è un abisso incolmabile tra le dichiarazioni ufficiali e le reali intenzioni di chi oggi attacca la Libia, purtroppo dovremo attendere i dispacci di Wikileaks per sapere quale è il fumo e quale è l’arrosto.
Una cosa però possiamo escludere con certezza, che siano motivi umanitari a muovere l’apparato militare d’attacco occidentale, aiutato dalla ottusa e sanguinaria reazione di un dittatore, che il nostro volpino presidente del consiglio si vantava di avere come amico e ha omaggiato e armato fino all’altro ieri.
In termini di prestigio e di affari, la stupida politica berlusconiana verso Gheddafi, ci costerà parecchio, poiché gli umanitari anglo-franco-americani hanno tutta l’intenzione di marginalizzare l’Italia e l’ENI dalla posizione di privilegio in materia di gas e petrolio, prendendosi già ora agli occhi dei libici il merito di aver salvato l’insurrezione popolare. I giochi politici e gli affari li faranno solo loro, visto che l’Italia viene già considerata superflua o poco influente, comunque sputtanata da una politica estera assolutamente fallimentare.
Bisogna anche tener conto che quello che Napolitano definisce retoricamente il “Risorgimento arabo” è, più modestamente, una rivolta antidittatoriale, senza la temuta componente islamica, che guarda all’Occidente nella speranza di partecipare ai consumi, alle libertà occidentali, anche in riferimento alle libertà sessuali che oggi sono tanto compresse nei paesi musulmani.
Mai per l’occidente capitalista si è presentata una situazione più favorevole e i giovani del “Risorgimento arabo” hanno già dimenticato che quei regimi dittatoriali erano fino a ieri foraggiati e armati dai “liberatori umanitari” occidentali.
Per inglesi, francesi, americani che, per secoli hanno praticato il più bieco colonialismo, sarà una passeggiata insediare una leadership politica che obbedisca ai loro interessi, proprio ora che il petrolio vale doppio, visto che la politica del nucleare sarà ridimensionata in tutto il mondo dopo la tragedia di Fukushima.
Fanno un po’ sorridere i bamboccioni pacifisti, momentaneamente a cuccia, che ci spacciavano le loro marcette dietetiche e le loro bandiere della pace come soluzione ai problemi, o gente come Gino Strada la cui ricetta per la pace è quella di rendere più umane le guerre facendo ospedali dove esistono conflitti.
Purtroppo, ancora oggi, la politica globale si fa con la forza militare e questo è un messaggio per tutti, visto che sia la Russia che la Cina e l’India aumentano le loro spese militari.
L’unica strategia possibile è quella di uscire da ogni alleanza militare, trasformare gli eserciti in guardia nazionale con solo armamento difensivo, rendersi indipendenti dal petrolio con la rivoluzione delle rinnovabili, rendersi indipendenti alimentarmente con una agricoltura che produce tutto quello che può soddisfare i consumi interni, fare una politica demografica sostenibile, in cui vi sia un rapporto armonico tra numero di abitanti e risorse della nazione.
Solo ciò può portare pace durevole e la fine di ogni mira colonialista, fine della globalizzazione, fine dei flussi migratori, fine della distruzione dell’ecosistema e del suo ormai precario equilibrio.
Paolo De Gregorio