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No-Tav, diritti in gioco: si scrive val Susa, si legge Italia

Scritto il 22/2/12 • nella Categoria: segnalazioni Condividi Tweet

E’ necessaria l’alta velocità? Risposta: no. Motivo: la Tav «danneggia l’ambiente, ci sono altre soluzioni alternative». E’ un coro, quello del sondaggio realizzato dal magazine online “Torino Oggi”, instant-poll al quale hanno rapidamente aderito quasi duemila lettori. Il 75% non ha dubbi: la Torino-Lione è un’avventura finanziaria senza senso e un disastro ambientale annunciato, oltre che una tortura per la valle di Susa, che sabato 25 febbraio “risponde” con una manifestazione popolare che si annuncia imponente, con pullman da tutta Italia e adesioni autorevoli, dall’Arci ad Emergency. Antipasto della marcia Bussoleno-Susa, il corteo di Milano che il 18 febbraio ha raccolto oltre tremila persone, invocando “libertà per i No-Tav” arrestati a fine gennaio per resistenza e presunte “lesioni” inferte ai poliziotti. Manette scattate oltre 7 mesi dopo gli scontri del 3 luglio 2011 a Chiomonte.

«Giustizia politica», hanno tuonato molti commentatori, da Marco Revelli all’ex presidente di “Magistratura Democratica”, Livio Pepino: che senso ha No Tav a Chiomontearrestare in massa 26 persone dopo tanto tempo, come se il movimento No-Tav fosse un’associazione a delinquere? Nel mirino il procuratore torinese Gian Carlo Caselli, contestato a Lugano e Milano – dove ha scelto, per “motivi di ordine pubblico”, di rinunciare alla presentazione del libro “Assalto alla giustizia” – e poi a Genova, dove il volume è stato presentato in una piazza blindata dalla polizia antisommossa. «Se uno si limita a protestare, fa quello che la democrazia gli consente», dice Caselli, «ma dare del “boia” a un magistrato o a un poliziotto non è simpatico e non mi pare un granché democratico». Il capo della Procura torinese rifiuta il ruolo di “giustiziere”, ripetendo che la repressione scattata a gennaio non è un atto ostile contro la legittima protesta della valle di Susa: dopotutto, insiste Caselli, il pm è solo «il primo anello di una sequenza che poi prevede il gip e ora ci sono tre ordinanze del Tribunale della Libertà: in uno Stato di diritto, si tenga conto anche di questo».

Se i valsusini e i critici della Procura mettono in contraddizione una misura come l’arresto con la sua tempistica così ritardata, alimentando sospetti di “giustizia a orologeria”, magari in vista del possibile avvio delle operazioni di cantiere in un sito che attualmente resta solo un prato trincerato e presidiato in forze, Peter Gomez sul “Fatto Quotidiano” del 22 febbraio ricorda che «agli arrestati per la guerriglia della scorsa estate non sono stati contestati reati associativi, ma solo specifici episodi di violenza». Per il giornalista, stretto collaboratore di Marco Travaglio, è «un evidente segnale di come la procura di Torino non punti a criminalizzare il dissenso». Secondo Gomez, «non capirlo non è solo sbagliato. È stupido. E gli stupidi, come i violenti, di strada ne fanno poca. Anche, e soprattutto, tra le montagne della val di Susa», dal momento che «senza consenso, qualsiasi lotta è destinata a fallire». E sarebbe un peccato, aggiunge Gomez, se dovesse fallire una battaglia popolare come quella Gian Carlo Casellicontro la Torino-Lione, che «si oppone non solo ad un’opera nata vecchia, inutile e costosa, ma anche alla scandalosa militarizzazione della val di Susa».

Se qualcuno deve temere le contestazioni a Caselli, aggiunge Gomez, non è il magistrato torinese ma proprio il movimento No-Tav, perché scritte sui muri del tipo “Caselli infame” o “Caselli brucerai” «non c’entrano col diritto di critica e sono anzi destinate ad avere un’unica conseguenza», e cioè «spingeranno l’opinione pubblica a voltare le spalle alle (buone) ragioni di chi, manifestando, si oppone». Per contro, va riconosciuto che la valle di Susa – nel corso degli ultimi anni – è riuscita a resistere alla poderosa campagna di disinformazione a tappeto di cui è stata bersaglio. Ai 70.000 “montanari” che vivono fra Torino e la Francia  si è voluto cucire addosso l’immagine degli incorreggibili localisti spaventati dal “progresso”, ma l’operazione è fallita: oggi l’opinione pubblica italiana sa meglio di ieri che la valle di Susa è una trincea nazionale, che fa rima con questioni come cittadinanza, sovranità democratica, casta e mafie, fino alla punizione collettiva dei tagli al welfare col pretesto del debito pubblico gonfiato anche da cantieri inutili.

Il “capolavoro” della resistenza popolare valsusina resta il 2005, quando l’intera valle – in testa i sindaci in fascia tricolore – scatenò blocchi stradali e ferroviari in risposta al violento sgombero notturno del presidio No-Tav di Venaus, con diversi feriti all’ospedale. La protesta, dai contorni quasi insurrezionali ma senza l’ombra di violenze da parte dei manifestanti, conquistò i titoli di apertura dei telegiornali e sdoganò presso il pubblico italiano le ragioni non solo locali di una battaglia civile tristemente profetica, in linea con la mobilitazione democratica per i beni comuni sfociata nei referendum dello scorso giugno. Una vittoria “congelata” dall’avvento di Monti, i cui ministri si sono peraltro affrettati a siglare l’ennesimo accordo ferroviario con la Francia. Il tutto, come sempre, senza dare spiegazioni: No Tav corteolettera morta l’appello di 150 docenti universitari al presidente Napolitano, così come l’ultima petizione rivolta direttamente al nuovo premier.

Brucia, in questo cratere di omissioni, il silenzio urlante della politica: di fronte alle documentatissime contestazioni, suffragate dai migliori tecnici universitari italiani, secondo cui la Torino-Lione sarebbe solo una voragine di debito inutile, i grandi partiti si sono sempre rifiutati di motivare seriamente il progetto dell’alta velocità italo-francese, che è sostenuto da un potentissimo cartello-ombra formato da banche, industria e politica. «Una struttura – accusa lo scrittore Massimo Carlotto – senza la quale non potrebbe agire con successo la mafia, per la quale le grandi opere rappresentano un investimento sicuro, in un continente come l’Europa che è divenuto la principale “lavanderia” mondiale di denaro sporco». “No Tav, no mafia”, ripetono gli slogan della protesta, condannati come “eversivi” dalla politica ufficiale, sempre pronta a criminalizzare i manifestanti valsusini, spinti verso l’esasperazione dal vuoto assoluto, dalla mancanza di interlocutori istituzionali: «Se la politica “dialoga” solo coi manganelli – dice Sandro Planoun altro scrittore vicino alla valle di Susa, Erri De Luca – la violenza può diventare inevitabile».

Guai però a ridurre la “resistenza” No-Tav a una mera questione di ordine pubblico, come piacerebbe a Pd e Pdl, oltre che a vasti settori della grande stampa nazionale, i cui editori sono direttamente collegati all’industria e alla finanza che tifa per la Tav. Per questo, la manifestazione popolare del 25 febbraio si carica di contenuti decisivi, come il forte sostegno che intende dare al corteo la Comunità Montana guidata da Sandro Plano, dissidente Pd e perennemente minacciato di espulsione dal partito: le amministrazioni della valle tornano in campo col “popolo No-Tav” non solo contro la Torino-Lione, ma anche «a sostegno del trasporto locale, delle scuole, della difesa del suolo e contro la cancellazione dei Comuni». La Comunità Montana difende anche «la libertà di dissenso» e chiede la sospensione dei lavori per il tunnel geognostico alla Maddalena di Chiomonte, il “non-cantiere” fortificato nel quale forse, un giorno, arriveranno anche le ruspe oltre ai blindati della polizia. L’ente di valle è esplicito: vuole «manifestare la contrarietà alla militarizzazione della valle e alle grandi opere inutili».

Dopo la vittoriosa protesta del 2005, il governo sospese il primo progetto della Torino-Lione. Seguì un pallido interregno, con prove di dialogo subito naufragate. Cinque anni dopo, il secondo progetto Tav si è ripresentato in valle di Susa nel solito modo: la militarizzazione del territorio. La politica torinese e romana aveva scommesso un’altra volta contro la valle, definendo i No-Tav “quattro gatti”. A Chiomonte, il 3 luglio 2011, c’erano quasi centomila persone, con delegazioni da tutta Italia. Silenti le anime morte del Parlamento, l’indomani parlò finalmente Nichi Vendola per invocare il rispetto della popolazione, allineandosi con Beppe Grillo e Paolo Ferrero, da anni in prima linea nella difesa della valle di Susa insieme ai Cobas e alla Fiom di Airaudo e Cremaschi, nonché a liberi battitori come Vattimo e De Magistris, Sonia Alfano, Giulietto Chiesa. E ora, coi referendum frettolosamente archiviati e la sicurezza sociale minacciata dalla scure di Monti, l’uomo dei banchieri che esegue i diktat di Bruxelles, la protesta No-Tav rilancia il messaggio: si scrive valle di Susa ma si legge Italia, pericolante periferia di un’Europa che ormai fa paura.

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